Che frenesia a Tangeri. Due coppie, un'amante e il furore di Muccino
“Le cose non dette” in sala: il regista romano sceglie l’eccesso così i protagonisti inciampano spesso nell’ironia involontaria
Redazione
|4 giorni fa

Una scena dell'ultimo film di Gabriele Muccino
Sono molte, nella vita, le cose che non vengono dette, mancate chiarezze che non toccano soltanto le persone vicine, ma in primo luogo noi stessi, perduti dietro l’illusione di poter giocare con gli inganni. Un po’ come in Sliding Doors, dove le storie private si arenavano su strade deludenti per i silenzi vigliacchi dei loro protagonisti. Gabriele Muccino, che da quasi trent’anni si muove osservando in profondità le crepe nascoste delle relazioni umane, è rimasto affascinato dal romanzo Siracusa (ed. Fazi, 2018) di Delia Ephron, sorella della più nota Nora e co-sceneggiatrice insieme a lei di C’è post@ per te. Nel romanzo si racconta di due coppie di americani che si incontrano in Sicilia e il loro rapporto problematico, tra segreti e colpi di scena. Muccino, utilizzando per la sceneggiatura la stessa Ephron, cambia i protagonisti in due coppie italiane di amici, e fa loro visitare l’esotica Tangeri in Marocco. Da una parte Elisa (Miriam Leone), giornalista in crisi e voce narrante, legata a Carlo (Stefano Accorsi), professore di filosofia dall’ispirazione spenta e dalla fedeltà intermittente; dall'altra Paolo (Claudio Santamaria), ristoratore che subisce con la figlia adolescente Vittoria (Margherita Pantaleo) l’isterismo possessivo della moglie Anna (Carolina Crescentini). A Tangeri, l’arrivo della giovane amante di Carlo, Blu (Beatrice Savignani), agisce da detonatore, facendo saltare l’equilibrio precario di vite già logore. Muccino è un ottimo “metteur en scène”, padroneggia bene la macchina da presa, “insegue“ i personaggi per catturarne le asperità emotive, ma li lascia poi in balìa di loro stessi, con gli attori a tratti in mancanza di ossigeno, mescolando un oggi, che sembra si svolga da uno psicanalista o in un commissariato, alla vicenda centrale di Tangeri. Soprattutto trasforma gli americani del libro in una copia aggiornata dei suoi soliti protagonisti italiani, che si abbandonano a un survoltaggio condito da toni all’eccesso, spesso inciampando nell’ironia involontaria (anche gli inviti alla calma sono gridati come fiumi in piena). Accelerando e frenando fra le strade di Tangeri, Muccino non ci fa mancare una serie di citazioni, da Heidegger a Kierkegaard, per dare lustro ai suoi protagonisti, perduti dietro una sceneggiatura accademica, salvo poi farli precipitare in considerazioni di piccolo taglio (“Non voglio vivere una vita senza colpi di scena”, “Le idee sono come le storie d’amore, arrivano quando meno te l’aspetti”). E lo spettatore, mentre la storia corre via frenetica, si chiede se in fondo, nel film, di cose non ne siano state dette anche troppe.
VALERIO GUSLANDI
VALERIO GUSLANDI

