Dopo 40 anni di carriera in pensione il pediatra Gregori
Ha visitato e accompagnato almeno 5mila bambini. Dalla pediatria di famiglia di Bettola a Crema sino al ritorno a Piacenza nel 1990
Thomas Trenchi
|12 ore fa

Il pediatra Giuseppe Gregori
In quarant’anni di ambulatorio, Giuseppe Gregori ha accompagnato generazioni di bambini, seguendone «almeno cinquemila». Come 250 classi scolastiche, tutte passate sotto il suo stetoscopio. Nelle scorse settimane, il pediatra di famiglia è andato in pensione. Oggi continua privatamente: «Ma vado avanti a ritmi molto più lenti», dice con un sorriso.
Nonno di due nipoti, Gregori riflette sulle differenze tra le famiglie: «Con loro cerco di non essere troppo apprensivo dal punto di vista della salute. Faccio fatica a tollerare l’ansia che i nonni trasmettono ai genitori, soprattutto le nonne alle loro figlie». E aggiunge: «Oggi i bambini sono tenuti più in una bolla, circondati da mille attenzioni». Diverso l’approccio iniziale delle famiglie straniere: «Portano un ritorno alla normalità, sono più pragmatiche. Poi però, quando si integrano, finiscono per adeguarsi agli stessi atteggiamenti ultraprotettivi».
Settant’anni, consigliere comunale di maggioranza a Piacenza, Gregori si dedica all’attività politica il lunedì pomeriggio durante le sedute in municipio. La vocazione alla pediatria nasce da un dubbio: «Al quinto anno di medicina non avevo più idea di cosa fare, mi chiedevo come si potesse capire qualcosa di un soggetto che non parla, come un bambino piccolo».
Dalla laurea a Parma alla guardia in clinica pediatrica, fino all’avvio della pediatria di famiglia a Bettola nel 1984: «Era una zona che non era mai stata coperta da un pediatra fisso, e per me era l’unico posto libero». Poi l’ospedale di Crema, il ritorno a Piacenza nel 1990, e dal 2003 lo studio di via Conciliazione. «Oggi i bambini hanno più possibilità di essere sani, intercettiamo prima molti problemi», osserva Gregori. Ma patologie come autismo e disturbi psicologici sono aumentate. «I genitori sono più oppressi dall’ansia, specchio della società». Tra gli episodi che segnano la carriera, i più difficili restano quelli dolorosi: «Un bimbo di tredici mesi camminava e poi ha iniziato a perdere l’equilibrio. Aveva un tumore cerebrale, è morto dopo cinque mesi».

