Barattieri, la Malvasia piacentina dal 1823

Di Giorgio Lambri 28 Giugno 2021

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Dovendo assegnare un Oscar alla più efficace e significativa idea nella quale è stato declinato sul territorio il “mese della Malvasia di Candia aromatica“, tra tante iniziative che hanno brillato per originalità e ingegno, io scelgo il Wine Tasting della Cantina Barattieri. Per due ragioni: la prima è la particolare simbolicità del fatto che a voler celebrare questo vitigno sia stato proprio chi sulle colline della Valnure lo utilizza sapientemente fin dal 1823 per la produzione del proprio sontuoso (e pluripremiato) Vin Santo di Albarola; e la seconda per aver abbracciato in questo omaggio tante cantine del territorio con le loro meravigliose “letture” di un’uva così poliedrica e versatile.
Un viaggio che ha portato i fortunati degustatori non solo nelle quattro vallate, ma in più di venti interessantissimi archetipi, ognuno frutto del particolare “sentire” di ogni vigneron.
Il tutto in un contesto di storica eleganza come Villa Barattieri, ma con un approccio informale e piacevolissimo alla degustazione dei vini (e dei cibi).
Umanamente impossibile assaggiare tutte le bottiglie che Max Barattieri aveva selezionato, occorreva operare delle scelte. Puntando sui grandi classici come “Sorriso di Cielo” de La Tosa o “Boccadirosa” di Luretta; “Donna Luigia” di Torre Fornello o “Caravaggio” di Romagnoli. Piuttosto che sulle intuizioni di geniali wine maker come Paolo Perini (“Perticato Beatrice Quadri” del Poggiarello), Graziano Terzoni (“Acquapazza” di Podere Pavolini) e Davide Valla (“21.01” della Vitivinicola Valla). La matura e coinvolgente “Bianca Regina 2013 di Lodovica Lusenti oppure la geometrica “Madreperla” di Barattieri. E poi le malvasie delle due cantine sociali, “Theta” e “50 Vendemmie”, quelle di Castello di Luzzano (“Tasto di Seta”) e Casa Benna (“Luce di Selce”). La rotonda “Mira” dei Fratelli Piacentini, le versioni di Campana, Montemartini, La Ferraia e Santa Giustina.
Ogni vino è una storia, una famiglia, un’emozione. Un progetto spesso rivelato già del colore: un paglierino vivace o un oro antico. Per non parlare dei profumi, rituale biglietto da visita di questo vino, spaziando nei classici aromi della Malvasia, che sono tantissimi: agrumi (arancio, cedro, limone, mandarino, rosa), frutta a profusione (pesca, albicocca, fichi secchi, frutti tropicali, pompelmo), fiori (acacia, fresia, lavanda), note erbacee, salvia, note mielate, spezie.
È impressionante la quantità di questi profumi percepibile nei vini “figli”della nostra Malvasia, tanto più in relazione alla loro longevità.
Ma torniamo alla multi degustazione che Max Barattieri ha proposto nella cantina di famiglia, abbinata ad un menu che prevedeva a scelta, il classico antipasto di salumi, due primi e altrettanti secondi, prima di un sfizioso gelato alla Malvasia La Madreperla.
Personalmente ho avuto anche la fortuna di imbattermi nel suo amabilissimo papà, Alberico Barattieri, che ci ha guidato in un’emozionante visita alla villa e a quello straordinario caveau che è la “vinsantaia” in cui il prodigioso nettare ambrato, fiore all’occhiello della cantina, riposa in caratelli, alcuni dei quali datati 1824.
Un luogo magico, che già svela in parte il segreto del successo di un vino che è un capolavoro di artigianato e pazienza. “In vendemmia scegliamo solo i migliori grappoli di Malvasia di Candia Aromatica – spiega Alberico – che vengono poi adagiati sui graticci, e lasciarti riposare in appassimento a ventilazione naturale per 60/70 giorni. Poi, sotto Natale, si procede alla pigiatura in torchio manuale, e dopo un passaggio in vasca d’acciaio inizia la fase più importante e duratura. Nei caratelli per un percorso di fermentazione e affinamento che dura dieci anni”.
Sì, avete capito bene, ed è questa lunga attesa che conferisce di anno in anno struttura e carattere straordinari al Vin Santo. E comunque prima che venga messo in commercio c’è da aspettare ancora un paio d’anni per l’affinamento in bottiglia. Ecco, in questa pozione magica, di consistenza quasi oleosa, io ci trovo una delle più straordinarie interpretazioni della Malvasia di Candia aromatica. Già dai profumi, incredibili, che richiamano la crema chantilly, la crema di nocciole e la confettura di fichi, si intuisce di trovarsi di fronte a qualcosa di unico. Poi l’assaggio dischiude al palato una possente concentrazione zuccherina, che non risulta però stucchevole, venendo stemperata e “ripulita” da una sorprendente acidità.
Prevengo la sciocca osservazione che di solito mi viene obiettata quando magnifico questo vino, per me tra i cinque migliori del territorio, pur essendo come tutti i passiti un prodotto di nicchia. E cioè il prezzo. Il Vin Santo di Albarola costa molto perché vale molto. Tutto qui. Non è una bottiglia che si compra tutte le settimane, l’assaggio è un’esperienza formidabile, non necessariamente legata a un cibo.
Tornando a Barattieri, la gentilezza del nostro nobile sherpa ci ha consentito di esplorare tutta la cantina, compresa la grande bottaia in cui sono custoditi i vini che debbono riposare nel legno. E anche questa è un’esperienza che consiglio di fare agli amanti del vino perché proietta in una sapienza enologica antica, anche se perfettamente proiettata nella modernità.
Non dimenticando l’austera grazia architettonica di un palazzo il cui attuale assetto risale al 1736-1738, anni in cui i fratelli Sartorio svolsero un’importante ristrutturazione della tenuta e dei giardini.

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