L’eleganza sbarazzina de “La Trebbia”

Di Giorgio Lambri 01 Luglio 2021

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Sulle ceneri di un locale sfortunato ne nasce uno che ha tutte le carte in regola per “spaccare”. Nato con lo spettacolare genio creativo di Paola Bozzini, il Ristorante La Rossia ha conosciuto dopo il suo “ritiro” stagioni alterne, con più ombre che luci. Oggi ha cambiato pelle e nome, si chiama “La Trebbia” e se il buongiorno si vede dalla spettacolare “Lingua di vitello con verdure all’agro, salsa verde e pane al pepe rosa” dell’ouverture, beh, andiamo benone!
Il gruppo che gestisce il ristorante è quello del “Morino” di Caorso (locale oggi tra i più piacevolmente affidabili della provincia), ma la prima e più felice delle scelte operate in sede di progettazione è stata quella di non “clonare” la formula caorsana. “La Trebbia” ha una sua anima e un’identità elegantemente sbarazzina, sala e cucina sono affidate a giovani, iniziando dal vulcanico e lungimirante patron, Giacomo “Jack” Rizzi.
Si danza tra terra e mare con abbondanti strizzate d’occhio alla tradizione, dall’ordinazione di mia moglie ho rubato un assaggio di un altro sfizioso antipasto: “Uovo morbido con crema di cresscenza, crumble salato e asparagi”. Avrei provato volentieri anche la “Tartare di Fassona” e il “Vitello in salsa di peperone”. Nella lista delle entrée anche portate ittiche e salumi (le tre Dop ma anche culatello e Pata Negra).
Dalla variegata offerta di primi ho gustato i “Tonnarelli cacio e pepe, gamberi rossi a crudo e lime”, piatto davvero interessante. Ma alla prossima voglio provare i “Cappellacci ripieni di brasato di Fassona mantecati con il suo fondo” e le “Mezzelune ripiene di pesto di melanzane alla griglia, zuppetta di pomodoro e ricotta salata”.
Confermando una tradizione che vuole questo ristorante virtuosamente protagonista con le carni alla brace, ho poi apprezzato un perfetto “Diaframma di Black Angus Usa”. Stiamo parlando di un vero “boccone del prete” ahimé poco diffuso qui in Italia, che impone grande cura nella cottura trattandosi di un taglio di carne sottile con tessuto connettivo e grasso infiltrato. Se non fossi stato sotto la (peraltro opportuna) vigilanza di mia moglie avrei testato anche il “Cosciotto di maialino da latte” e la “Suprema di faraona”. Anche tra i secondi, come in tutte le portate, è presente una piccola ma ben calibrata offerta di piatti di mare.
Tra i dessert mi incuriosivano in modo particolare la “Spuma di mandorle e albicocche sciroppate con crumble di polline” e il “Financier al cioccolato, ganache al cioccolato, caramello salato e gelato alla vaniglia”.
Una menzione particolare per la carta dei vini. Fare bella figura con “volumetti” da 500 bottiglie è relativamente facile, più impegnativo raccogliere in meno di un centinaio di offerte una lista sensata e completa, con ben sette proposte al bicchiere ed una ragionata attenzione ai migliori vini del territorio, che giustamente vengono offerti per primi.
In definitiva una gran bella “prima volta” per un locale dall’appropriato rapporto qualità-prezzo al quale non è difficile predire ottime fortune.

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