Autodenuncia dai carabinieri

Figlia di due madri: “Il Comune non ci riconosce entrambe, costrette a dichiarare il falso”. Per Putzu nessun pregiudizio ma rispetto della legge

21 agosto 2018

Scontro tra una coppia di donne piacentine, Sara e Irene unite civilmente, e il Comune di Piacenza in relazione alla formalizzazione dell’atto di nascita della figlia di una di loro.

Le due donne, che si sono recate in Spagna e hanno prestato il loro consenso ad una fecondazione con donatore anonimo, hanno richiesto all’amministrazione comunale il riconoscimento di entrambe alla nascita, ma – si legge nel comunicato stampa dell’avvocato che le segue  – “l’ufficiale di stato civile rifiuta di ricevere il riconoscimento di entrambe le madri, e  rifiuta di formare un atto di nascita che dia atto che la bambina è nata da fecondazione assistita”.

Il Comune, secondo il legale, “afferma che se Sara, la madre biologica, vuole essere riconosciuta dal diritto come madre, deve dichiarare di aver avuto un rapporto sessuale con un uomo e garantire che questo non è parente né affine. Sara è unita civilmente, significa dichiarare una condotta extraconiugale in violazione dei doveri propri anche degli uniti civilmente. Significa, soprattutto, dichiarare il falso”.

Da qui la decisione di Sara di autodenunciarsi presso i carabinieri “per aver (dovuto) dichiarare un falso in atto pubblico – continua il comunicato dell’avvocato -, pena privare la figlia di un’identità allo stato civile (nessun nome, cognome e codice fiscale)”.

L’assessore Filiberto Putzu replica: “Il primo agosto 2018 l’ufficiale di stato civile ha emesso un provvedimento di diniego alle richieste di Sara e Irene facendo riferimento alla legge del 20 maggio 2016 numero 76 e alla legge del 19 febbraio 2004 numero 40, oltre al Dpr del 3 novembre 2000, numero 396. Il tema della filiazione, tra unioni civili, non viene disciplinato e non è consentito agli ufficiali di stato civile formare atti diversi o con contenuto differente rispetto a quelli contemplati e disciplinati dalla legge. Neppure è consentito agli uffici redigere atti non conformi a quelli previsti non solo al contenuto ma anche alla modalità di redazione degli stessi. L’interesse del nato è che nel proprio atto compaiano informazioni necessarie alla propria identificazione e non alle scelte sessuali dei propri genitori. Qui non c’è mai stato alcun pregiudizio, nei nostri uffici. Abbiamo fatto quanto previsto dalla legge”.

IL COMUNICATO DELL’ AVVOCATO DELLE DUE DONNE

 

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