La testimonianza di un 68enne

Piacentino guarito dal Covid-19: “Non scorderò mai le urla dei malati e le carezze degli infermieri”

31 marzo 2020

Negli occhi ha ancora l’immagine delle corsie piene di pazienti intubati, nelle orecchie il rumore dei ventilatori polmonari e i lamenti dei suoi compagni di odissea. Eppure la cosa che gli è rimasta più impressa è la carezza di un’infermiera, un piccolo gesto d’amore che in un momento come quello gli ha impedito di precipitare nell’abisso. Se l’è vista brutta Luigi Libè, 68enne piacentino che, dopo essere rimasto per una decina di giorni ricoverato in ospedale, è riuscito a sconfiggere il Coronavirus. “Grazie – tiene a precisarlo – agli operatori sanitari che si sono presi cura di me e – ammette – alla fortuna”.

Il calvario ha avuto inizio il 10 marzo, quando Libè ha cominciato ad accusare febbre e tosse. Su indicazione del medico di famiglia, ha assunto tachipirina e antibiotici per debellarla, ma ben presto – quando sono sopraggiunte anche difficoltà respiratorie – ha capito che si trattava di qualcosa di più grave. Il 21 ha quindi deciso di allertare, di comune accordo con il medico, il 118. Libè è stato quindi trasportato in Pronto soccorso. Qui, dopo un’ecografia, è arrivato il raggelante verdetto: polmonite bilaterale riconducibile a Covid-19.

“Per due giorni – spiega Libè – sono rimasto ricoverato in Pronto soccorso. Il 23 mi hanno trasferito nel reparto Emergenza sanitaria 2, sempre all’ospedale di Piacenza. E’ stato forse il momento peggiore. Fino a quel momento, infatti, non avevo sintomi gravissimi, e questo mi infondeva coraggio. Osservando invece il viavai  di medici e infermieri, ma soprattutto di pazienti, e rendendomi conto delle loro condizioni, ho iniziato a pensare che forse non ce l’avrei fatta”.

Nel momento di maggiore buio, Luigi Libè si è però aggrappato ad un’ancora solidissima, che gli ha impedito di perdere la speranza. “Sia in Pronto soccorso che nel reparto di Emergenza sanitaria 2 ho trovato, nelle persone che mi hanno accudito, un’umanità incredibile. Lavorano in condizioni ai limiti dell’impossibile e, nonostante tutto, riescono a farti sentire calore e vicinanza. Tutte le volte che chiamavo accorrevano subito, nonostante avessero una quantità spaventosa di pazienti da curare. Non posso fare altro che ringraziare questi sconosciuti, che mi hanno impedito di cadere nella disperazione”.

Libè non può fare a meno di ricordare le sue notti in ospedale. “Finché vivrò non potrò mai cancellare dalla mia mentre le urla dei malati. Fortunatamente io ero ricoverato in una stanza assieme ad un altro paziente, che come me è stato dimesso dopo qualche giorno. Sentivamo dalle stanze vicine gente che ansimava, che faceva fatica a respirare, che chiedeva aiuto. Devo dire che sono stato fortunato. Rispetto ad altri contagiati, infatti, per respirare avevo la mascherina dell’ossigeno e non ero intubato: questo perché il virus mi ha colpito con minore aggressività rispetto ai casi più gravi. Non posso descrivere l’emozione che provavo quando notavo che l’ossigenazione nel sangue tornava su livelli accettabili. Una piccola gioia quotidiana”.

Luigi Libè è stato dimesso sabato scorso, dopo essere guarito dal Covid-19: ha potuto così riabbracciare sua moglie e suo figlio. “Prego ogni giorno per tutti coloro che stanno ancora lottando – conclude – così come per quelli che non ce l’anno fatta. Non mi sarei mai immaginato che Piacenza potesse vivere una situazione del genere”.

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