Andrea Bianchi, il botanico piacentino che gira il mondo alla scoperta di nuove specie

17 Agosto 2020

Bisogna immaginarlo a 4mila metri, mentre armato di corda ed elmetto scala il Kilimangiaro, la vetta più alta del continente africano. Oppure aggrappato a una liana nella foresta pluviale, alla ricerca non tanto di un tesoro nascosto quanto di una rarissima specie di pianta acquatica. Il piacentino (con radici bobbiesi) Andrea Bianchi è un botanico giramondo e, a soli 25 anni, ha già messo piede, per lavoro o più semplicemente per passione, in diversi paesi e in quasi tutti i continenti. La sua vita, più simile ad un episodio di Indiana Jones che alla routine di un botanico, sembra uscita da un racconto di Salgari.

Andrea, ci descriva la “giornata tipo” di un botanico tropicale. “Nel mio lavoro non esistono mai due giornate uguali, ed è questa la cosa che amo di più. Lavoro al Muse (Museo delle Scienze Naturali di Trento ndc) ormai da tre anni pieni: la mia “giornata tipo” inizia la mattina presto all’interno della serra tropicale aperta al pubblico dove, dopo una veloce ricognizione, svolgo piccoli lavori di manutenzione e di vero e proprio giardinaggio, come potatura, spostamento piante e riordino etichettature. Mio compito è anche quello di mettere in risalto le piante fiorite, in modo tale che il pubblico possa osservarle e conoscerle da vicino. Successivamente mi sposto nella serra chiusa al pubblico, dove propaghiamo piante tropicali a rischio critico d’estinzione. Si tratta di esemplari che successivamente verranno esposti nella serra aperta al pubblico, per sensibilizzare i visitatori su tematiche ambientali come sfruttamento delle risorse, utilizzo eccessivo del suolo, deforestazione e aumento dell’anidride carbonica: tutti temi che in questi ultimi mesi sono sulla bocca di tutti, ma per i quali non si è ancora trovata una soluzione. Nel pomeriggio mi sposto al computer dove tra studio, ricerca e misurazioni, mi dedico alla ricerca “nuda e cruda”, che sia di tassonomia (descrizione di nuove specie ndr) o ecologia applicata».

Proprio le sue ricerche l’hanno portata a collaborare con il National Geographic. “Due anni fa io e due colleghi abbiamo scritto un bando relativo a una ricerca di ecologia applicata. La National Geographic, una delle più grandi istituzioni scientifiche ed educative no profit al mondo, l’ha ritenuto molto interessante e ha deciso di finanziare il lavoro di campo, che abbiamo svolto nel 2019 in Tanzania. Come risaputo, la caccia e il bracconaggio sono problemi seri in Africa e, più in generale, in tutte le aree tropicali del pianeta. Il nostro studio va a focalizzare l’attenzione proprio sulle conseguenze che genera il bracconaggio: non tanto sul rischio di estinzione di alcune specie di mammiferi, quanto sul ciclo di vita delle foreste. In poche parole: scimmie, elefanti, bufali, ippopotami e altri mammiferi mangiano i frutti degli alberi tropicali, disperdendone i semi. Se l’uomo continuerà a bracconare e a cacciare questi animali, i frutti degli alberi non verranno più dispersi, con conseguente aumento di piccoli erbivori che si cibano di semi, come il ratto gigante. Un lento processo che purtroppo è già in atto e di cui risentono molte specie di alberi. Senza contare la diminuzione della quantità di anidride carbonica potenzialmente stoccata per ogni ettaro di foresta. E’ curioso notare come cacciando qualche decina di scimmie, si producano una serie di “effetti a cascata” che vanno a danneggiare in maniera irreversibile la foresta e la biodiversità”.

Le sue ricerche le hanno permesso di compiere eccezionali scoperte. “Tutto è partito in Indonesia, dove io e i miei colleghi abbiamo avuto la fortuna di osservare da vicino una specie che era stata fotografata solo nel 2005 e, grazie alle nostre osservazioni, si è scoperto essere una specie nuova. Una scoperta, descritta per filo e per segno nella mia tesi triennale, che ho deciso di dedicare all’imprenditore piacentino Luigi Ronchini, forse il mio vero maestro per quanto riguarda la botanica e la passione per la natura. Oltre a questa pianta, che ora si chiama proprio Nepenthes ronchinii, l’ultima campagna di ricerca condotta nei mesi di novembre e dicembre 2019 in Tanzania ci ha permesso di scoprire almeno tre specie nuove che noi del Muse, assieme ad alcuni colleghi dell’orto botanico del Missouri, stiamo studiando proprio in questi giorni. Entro la fine dell’anno dovrebbero uscire un paio di nuove pubblicazioni”.

Di stare fermo proprio non ne è capace… “Esatto. Ho viaggiato in Europa, Asia, Africa, America e Oceania, mentre mi manca l’Antartide, ma solo perché è priva di piante tropicali!”.
La lista di cose da fare, immaginiamo, è molto lunga: prossimi progetti? “Sicuramente continuare a viaggiare, Covid permettendo. Ci sono ancora tantissime zone del mondo ancora poco esplorate e che meritano di essere visitate. Inoltre, avendo visto quanto velocemente sta peggiorando lo stato di conservazione delle zone tropicali, mi piacerebbe continuare a sensibilizzare le popolazioni, sia locali che noi dell’altra parte del mondo, su quanto il nostro stile di vita abbia effetti negativi sul pianeta”.

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