Protocollo di Kyoto, ovvero il primo tentativo del mondo di ridurre le emissioni

19 Ottobre 2021

In breve:

  • Il Protocollo di Kyoto rappresenta il primo vero accordo tra le nazioni per contenere l’emissione di gas serra
  • Ci vollero sette anni per farlo ratificare dal numero minimo dei Paesi
  • Nonostante la maggioranza poi rispettò gli impegni l’anidride carbonica nell’atmosfera è comunque salita notevolmente
  • Tra i motivi, l’assenza degli Stati uniti dall’accordo e le esenzioni riservate a Paesi come la Cina

Tra le edizioni della Cop più rilevanti vi è senza dubbio la terza, che si tenne a Kyoto nel 1997. Da quella Conferenza delle parti uscì l’ormai famoso Protocollo di Kyoto. Ma in cosa consisteva? Perché è stato così importante? E, soprattutto, ha funzionato? Qui di seguito qualche risposta alle domande.

Rio de Janeiro, il meeting che diede inizio a tutto

Tutto cominciò nel 1992. In quell’anno si tenne il Summit della Terra. Un evento epocale che vide sedersi attorno al tavolo 179 Paesi del mondo tra il 3 e il 14 giugno. Si trattava di un appuntamento nato anche per celebrare il ventesimo anniversario dalla prima conferenza sul clima che l’umanità abbia mai tenuto, a Stoccolma, nell’ormai lontano 1972. Tra gli episodi che rimasero alla storia vi fu l’ormai celebre discorso di Severn Cullis-Suzuki, ricordata anche come la “bambina che zittì il mondo per sei minuti”. Una denuncia alla mancanza di fatti da parte di governi del mondo, incapaci di adottare misure comuni per contrastare il riscaldamento globale.

Al termine di quel meeting venne firmata la Convenzione quadro delle Nazioni unite sul cambiamento climatico. È il primo reale passo che porta i Paesi del mondo verso un accordo per il contenimento delle emissioni. Ma la strada era ancora lunga.

Bisogna attendere la Cop3 per raggiungere un accordo

Dopo il Summit sulla Terra cominciò la giostra delle Conferenze delle parti, ovvero le Cop. Nella prima di Berlino (1995) si ritrovarono i Paesi firmatari dell’Accordo quadro del 1992, definendo degli obiettivi di carattere generale. Una sorta di Cop preliminare. Bisogna attendere la Cop3 di Kyoto per vedere la nascita del Protocollo di Kyoto, una delle pietre miliari della risposta dell’uomo alla crisi climatica. Nel 1997 così i Paesi firmano il “primo accordo internazionale che contiene gli impegni dei Paesi industrializzati a ridurre le emissioni di alcuni gas ad effetto serra”. Se però il protocollo è stato definito l’11 dicembre 1997, non è entrato effettivamente in vigore prima del febbraio 2005. Cosa è successo in quegli otto anni? Tra la definizione, la firma e la ratifica c’è di mezzo il mare. La definizione dell’accordo resta infatti una sorta di impegno ufficioso delle singole delegazioni. La ratifica invece coinvolge il processo legislativo dei singoli Stati, facendolo diventare un impegno ufficiale a tutti gli effetti. Per la precisione l’accordo entrò in vigore dopo l’approvazione da parte della Russia: è stata lei la 55esima nazione a ratificare, la cui firma portava le emissioni di gas serra globale oltre il “quorum” del 55% necessario per il via libera all’introduzione del Protocollo.

In cosa consisteva il protocollo?

Il Protocollo di Kyoto in prima battuta chiedeva ai Paesi firmatari di ridurre le emissioni di gas serra almeno del 5% tra il 2008 e il 2012, rispetto ai livelli registrati nel 1990. L’accordo non prevedeva vere e proprie direttive (ovvero indicazioni che dovevano essere adottate da tutti i Paesi su come ridurre queste emissioni) ma lasciavano a ciascuna nazione mano libera sulle modalità da implementare.

Venivano però comunque introdotti dei “meccanismi flessibili” di mercato. Uno di questi è al centro delle cronache anche oggi, ovvero il mercato internazionale delle quote di emissione di gas serra. Nel caso in cui un Paese fosse riuscito a ridurre le emissioni in misura maggiore rispetto agli obiettivi posti, quest’ultimo avrebbe potuto “cedere” ad un altro paese la quantità di emissione risparmiata. Oggi l’Unione europea ha una versione più evoluta di questi mercati, ovvero l’Ets (Emission trading system), che coinvolge anche le stesse imprese private.

Secondo un documento pubblicato nel 2016, dopo la nascita degli Accordi di Parigi, quasi tutti i Paesi firmatari hanno poi rispettato le promesse.

Nonostante ciò, però, le emissioni di CO2 nel mondo sono incrementate fortemente negli ultimi decenni. I motivi sono principalmente due: l’assenza dagli accordi della prima economia del mondo, gli Usa, e le esenzioni concesse a Paesi allora in via di sviluppo come Cina e India.

Gli Stati uniti, il grande assente

Il processo di adesione al Protocollo di Kyoto cadde proprio nella fase di transizione tra il secondo governo Clinton e il primo governo di George W. Bush. Mentre Bill Clinton, spinto dal vicepresidente degli Stati uniti Al Gore (da sempre sensibile alle tematiche ambientali) sottoscrisse l’accordo sul clima, George Bush promise nella campagna elettorale 2000 di non aderire a Kyoto. Dato che a vincere fu proprio lui, gli Stati uniti uscirono dal Protocollo (anche perché a nazioni come la Cina vennero concessi trattamenti considerati “di favore” da parte dell’Onu). Una decisione che da sola è stata capace di ridimensionare gli obiettivi dell’accordo, essendo all’inizio del 2000 gli Stati uniti il principale Paese “inquinatore” sul pianeta Terra.

India e Cina, le escluse volontariamente (forse ingenuamente)

Il Protocollo di Kyoto presentava al proprio interno una scelta che, con il senno di poi, può essere marchiata come “ingenua”. Dei circa 190 Paesi firmatari ben 100 vennero esonerati da obblighi riguardo il contenimento delle emissioni di gas inquinanti nell’atmosfera. Tra queste anche Cina e India, nonostante fossero già al momento della stesura dell’accordo due realtà in forte crescita sia economica che demografica. La spiegazione la si deve al diverso approccio con cui le negoziazioni vennero condotte: non si guardava alle emissioni attuali, quanto alle emissioni storiche. Il Protocollo di Kyoto in altre parole si rivolgeva agli “inquinatori storici”, quelli che già alla fine del Novecento si erano sviluppati a spese della tenuta del clima mondiale. Così vista la minore quota di emissioni di gas inquinanti sia in termini assoluti che procapite e considerate le necessità di sviluppo economico, Cina e India vennero esonerate. Oggi però la Cina è la seconda economia mondiale ed è il Paese principale fonte di gas serra del Pianeta sin dal 2006. Senza un suo contributo, insomma, non c’è obiettivo di riduzione delle emissioni che tenga.

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