Cop26 è finita, ecco cosa resterà della Conferenza sul clima di Glasgow

15 Novembre 2021

In breve:

  • Sul carbone l’India si impone all’ultimo minuto, annacquando l’accordo
  • Sulla temperatura nessun cambiamento rispetto all’Accordo di Parigi
  • I Paesi si impegnano a tagliare del 45% le emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010

Si sarebbe dovuta concludere venerdì 12 novembre, verso sera. Si è prolungata di un giorno, fino alla notte di sabato 13 novembre. Alla fine però anche sulla Cop26 è calato il sipario. Restano fiumi di dichiarazioni, accordi e impegni tra Paesi su questioni specifiche, ma anche la sensazione (cristallizzata nella commozione del presidente Sharma) che si sia trattato di un’altra occasione perduta per un passo in avanti nella lotta al cambiamento climatico. Ecco le novità delle ultime ore e gli elementi salienti dell’accordo finale.

India e Cina vincono il braccio di ferro

Un accordo arrivato per sfinimento. Ai tempi supplementari. La Cina ma (soprattutto) l’India ne avrebbero approfittato, richiedendo una modifica all’apparenza marginale alla dichiarazione finale della Conferenza. Nella notte tra sabato 13 e domenica 14 novembre, quindi oltre la scadenza ufficiale della Cop26, il passaggio in cui si imponeva la “eliminazione” dell’energia elettrica sviluppata tramite combustione del carbone si è tramutato in una “riduzione graduale”.

Da “phase-out” a “phase-down” per essere precisi. Una precisa richiesta dei paesi che sul carbone contano ancora pesantemente e, bisogna dirlo, vorrebbero ancora poter contare vista la grande fame di energia elettrica a cui saranno soggetti nei prossimi anni. L’India specialmente, dagli elevati tassi di crescita del Pil e della popolazione, si è impuntata affinché questo passaggio venisse modificato, vincendo la partita negoziale.

Proprio su questa concessione il presidente della Cop26 Alok Sharma si è commosso durante il discorso finale, chiedendo scusa alla platea dei delegati per l’alleggerimento dell’accordo.

Perché tanta emozione? Si trattava di uno dei pilastri dell’accordo di Cop26. Una Conferenza dal grande impatto mediatico ma che a livello meramente politico e diplomatico si è sviluppato come una partita a scacchi, principalmente sul piano del lessico dell’accordo finale. Nonostante alla fine non si sia tenuto il punto sul carbone va sottolineato come per la prima volta sia stato comunque menzionato nell’accordo finale: una constatazione per chi preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno.

Una conferma dell’Accordo di Parigi

I Paesi presenti alla Cop26 hanno ribadito gli spetti già inseriti nell’Accordo di Parigi stretto durante la Cop21. Si parla così di “obiettivo a lungo termine di mantenere l’aumento della temperatura media ben sotto i 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali e impegnarsi per limitare l’incremento a 1,5 gradi centigradi”. Al punto numero 16 vi è poi una dichiarazione che rischia di cadere nell’ovvio: “Riconosciamo che gli impatti del cambiamento climatico saranno ben inferiori con un incremento della temperatura di 1,5 gradi rispetto a 2 gradi”. Più concreto l’impegno riportato nel punto numero 17, nel quale finalmente viene messo nero su bianco un obiettivo quantitativo. Anche in questo caso un aspetto non scontato, perché un obiettivo quantitativo può essere quantificato oggettivamente, uno qualitativo no: “Limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi richiede riduzioni rapide, profonde e sostenute delle emissioni di gas serra, inclusa la riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 45% entro il 2030 rispetto al livello del 2010 e un azzeramento netto intorno alla metà del secolo”.

Due i passaggi da sottolineare. Da una parte questo taglio del 45% delle emissioni rispetto al 2010, il che significa che nei prossimi otto/nove anni il mondo dovrà praticamente dimezzare le emissioni rispetto ai livelli del 2010. Il secondo passaggio riguarda le emissioni nette di gas serra da azzerare non entro il 2050 ma “intorno alla metà del secolo”. Anche in questo caso una esplicita richiesta dei Paesi con elevati tassi di crescita che in caso di una scadenza precisa sarebbero stati penalizzati e messi in difficoltà.

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