"Dolores Claiborne" di Stephen King? Sarebbe una pizza spicy alla diavola
Il romanzo del 1992 è un'ode al women empowerment e alla Sisterhood
Cecilia Pizzaghi
|4 ore fa

"Dolores Claiborne" di Stephen King è diventato anche un film con Kathy Bates- © Libertà/Cecilia Pizzaghi
Come mai ci piace tanto la pizza? Dopotutto sono soltanto tre ingredienti, la ricetta più vecchia del mondo, la sanno fare anche i bambini, ecc.
Della pizza, in effetti, ci piace la sua semplicità, la sua quotidianità, la sua reperibilità. Non è di certo un pasto fuori dall’ordinario, che ci costino uno stipendio o che faccia status. Eppure la pizza ci fa godere, ci conforta nelle serate di pioggia, ci riunisce tutti attorno allo stesso tavolo, perfino noi che non mangiamo carne, noi che non gradiamo il pesce, noi che non ci piacciono i funghi, noi che non tolleriamo il fritto. La pizza è un’arte padroneggiata solo dai migliori panificatori. La pizza si mangia con le mani, volendo anche in piedi, per strada. La pizza è un pasto completo, ricco di grassi e carboidrati, ovvero fonte di felicità.
Insomma, la pizza è buona.
Bene. Perciò, sempre più spesso, sono andata alla ricerca di libri che non solo ricordassero ingredienti e gusti particolari di pizza, ma che in generale libri siano come LA pizza: libri goduriosi, da divorare, capaci di farci venire voglia di urlare a tutti «Non sei ancora andato da Jane Austen?! Da lei sì che c’è una pizza da volar via!».
Nella mia ricerca credo di aver racimolato parecchi libri gourmet, libri veraci, che si leggono per piacere e che ci lasciano la bocca buona. Ma solo recentemente mi sono ritrovata a divorare il romanzo più pizza che io abbia mai assaggiato: “Dolores Claiborne”.
Senza dubbio non il più celebre, ma pur sempre opera del celeberrimo Stephen King. Eroe dell’inquieto contemporaneo, dio della letteratura mainstream, il Taylor Swift dei romanzieri. Insomma, un autore che probabilmente ha tenuto in piedi da solo l’editoria per tipo tre decenni. Prolificissimo, generatore di una hit dopo l’altra, ma soprattutto uno dei pochi, grandiosi esempi di chi, oltre a essere estremamente commerciale, sa anche essere eccelsamente di qualità.
Lo ammetto: sono fan di quasi tutto quello che ho letto del signor King e sono fan del signor King come persona e come professionista. Ma perché tirare fuori proprio oggi un suo romanzo considerabile minore, e per di più del 1992?
Perché “Dolores Claiborne” ha due grande meriti: sembrare scritto da una donna, e sembrare scritto da una donna del 2026.
Il primo è un merito oggettivo, abbastanza insindacabile. Molti scrittori affermano che scrivere un romanzo in prima persona e dal punto di vista di un personaggio del genere opposto sia una tra le tecniche più difficili da gestire.
Della pizza, in effetti, ci piace la sua semplicità, la sua quotidianità, la sua reperibilità. Non è di certo un pasto fuori dall’ordinario, che ci costino uno stipendio o che faccia status. Eppure la pizza ci fa godere, ci conforta nelle serate di pioggia, ci riunisce tutti attorno allo stesso tavolo, perfino noi che non mangiamo carne, noi che non gradiamo il pesce, noi che non ci piacciono i funghi, noi che non tolleriamo il fritto. La pizza è un’arte padroneggiata solo dai migliori panificatori. La pizza si mangia con le mani, volendo anche in piedi, per strada. La pizza è un pasto completo, ricco di grassi e carboidrati, ovvero fonte di felicità.
Insomma, la pizza è buona.
Bene. Perciò, sempre più spesso, sono andata alla ricerca di libri che non solo ricordassero ingredienti e gusti particolari di pizza, ma che in generale libri siano come LA pizza: libri goduriosi, da divorare, capaci di farci venire voglia di urlare a tutti «Non sei ancora andato da Jane Austen?! Da lei sì che c’è una pizza da volar via!».
Nella mia ricerca credo di aver racimolato parecchi libri gourmet, libri veraci, che si leggono per piacere e che ci lasciano la bocca buona. Ma solo recentemente mi sono ritrovata a divorare il romanzo più pizza che io abbia mai assaggiato: “Dolores Claiborne”.
Senza dubbio non il più celebre, ma pur sempre opera del celeberrimo Stephen King. Eroe dell’inquieto contemporaneo, dio della letteratura mainstream, il Taylor Swift dei romanzieri. Insomma, un autore che probabilmente ha tenuto in piedi da solo l’editoria per tipo tre decenni. Prolificissimo, generatore di una hit dopo l’altra, ma soprattutto uno dei pochi, grandiosi esempi di chi, oltre a essere estremamente commerciale, sa anche essere eccelsamente di qualità.
Lo ammetto: sono fan di quasi tutto quello che ho letto del signor King e sono fan del signor King come persona e come professionista. Ma perché tirare fuori proprio oggi un suo romanzo considerabile minore, e per di più del 1992?
Perché “Dolores Claiborne” ha due grande meriti: sembrare scritto da una donna, e sembrare scritto da una donna del 2026.
Il primo è un merito oggettivo, abbastanza insindacabile. Molti scrittori affermano che scrivere un romanzo in prima persona e dal punto di vista di un personaggio del genere opposto sia una tra le tecniche più difficili da gestire.

E poi arriva il merito, che la qui presente illustrissima dottoressa content creator si sente di attribuire: “Dolores Claiborne” è un’ode al women empowerment, alla sisterhood e a una serie di inglesismi mai uditi prima tra le pagine di questo quotidiano. Abbiate pazienza, vengo dai social.
“Dolores Claiborne” è un unico flusso di coscienza di 350 pagine - letteralmente un flusso di coscienza, nel senso che è la trascrizione della confessione che una donna di mezza età, residente su un isolotto nel Maine negli anni ’90, fa alla centrale di polizia. Dolores è infatti la donna di servizio di una ricca proprietaria terriera, recentemente deceduta in circostanze sospette (una non ben definita caduta dalle scale). A destare ulteriore sospetto è il fatto che Dolores si scopra destinataria della maxi-eredità della ricchissima Vera Donovan.
Il romanzo comincia quindi con una spassosissima sequela di aneddoti tratti dalla carriera da domestica di Dolores per - come la epiteta lei - miss baciami le chiappe di dietro. In vita, Vera è stata una donna dispotica, ossessionata dall’ordine e dalla pulizia, maniacalmente fissata sulla sua personale bibbia di dettagli per la gestione delle faccende domestiche. Sono pagine irriverenti di proletariato VS borghesia: da leccarsi i baffi.
Man mano che ci addentriamo nel romanzo, però, le tematiche si fanno più serie, seppur sempre intrise di ironia, grazie alla voce di una Dolores tanto ignorante e sgraziata quanto sagace e acuta: personalmente la colloco tra i dieci dei personaggi più tridimensionali che abbia mai incontrato. Racconta quindi dell’incedere dell’età e della demenza di Vera Donovan, una donna ormai sola, vedova, abbandonata dai figli, indurita non tanto dal tempo, quanto dalla vita. Con disarmante schiettezza Dolores racconta gli scherzetti della donna con la cacca (ilari) e delle sue allucinazioni (strazianti), che celano traumi sedimentati negli anni. Da questi flashback emerge, in realtà, la confessione dell’affetto nato tra le due donne, costrette l’una ad avere bisogno dell’altra, ma capaci, col tempo, di instaurare una relazione fondata sul rispetto, e soprattutto sull’empatia.
“Dolores Claiborne” è un unico flusso di coscienza di 350 pagine - letteralmente un flusso di coscienza, nel senso che è la trascrizione della confessione che una donna di mezza età, residente su un isolotto nel Maine negli anni ’90, fa alla centrale di polizia. Dolores è infatti la donna di servizio di una ricca proprietaria terriera, recentemente deceduta in circostanze sospette (una non ben definita caduta dalle scale). A destare ulteriore sospetto è il fatto che Dolores si scopra destinataria della maxi-eredità della ricchissima Vera Donovan.
Il romanzo comincia quindi con una spassosissima sequela di aneddoti tratti dalla carriera da domestica di Dolores per - come la epiteta lei - miss baciami le chiappe di dietro. In vita, Vera è stata una donna dispotica, ossessionata dall’ordine e dalla pulizia, maniacalmente fissata sulla sua personale bibbia di dettagli per la gestione delle faccende domestiche. Sono pagine irriverenti di proletariato VS borghesia: da leccarsi i baffi.
Man mano che ci addentriamo nel romanzo, però, le tematiche si fanno più serie, seppur sempre intrise di ironia, grazie alla voce di una Dolores tanto ignorante e sgraziata quanto sagace e acuta: personalmente la colloco tra i dieci dei personaggi più tridimensionali che abbia mai incontrato. Racconta quindi dell’incedere dell’età e della demenza di Vera Donovan, una donna ormai sola, vedova, abbandonata dai figli, indurita non tanto dal tempo, quanto dalla vita. Con disarmante schiettezza Dolores racconta gli scherzetti della donna con la cacca (ilari) e delle sue allucinazioni (strazianti), che celano traumi sedimentati negli anni. Da questi flashback emerge, in realtà, la confessione dell’affetto nato tra le due donne, costrette l’una ad avere bisogno dell’altra, ma capaci, col tempo, di instaurare una relazione fondata sul rispetto, e soprattutto sull’empatia.

Anche se si fingono nemiche, si punzecchiano e si insultano a vicenda, Vera e Dolores, in fondo, non sono poi tanto diverse: entrambe sono donne risolute, attente, intelligenti, spezzate dalle ingiustizie vissute, “incarognite” per affrontare i soprusi e le vessazioni subite, tormentate delle proprie scelte.
Dolores, infatti, in occasione della sua testimonianza – con cui tenta di difendersi dalle accuse di omicidio di Vera Donovan – confessa senza esitazione di aver ucciso il marito, una trentina di anni prima. Joe St. George era un uomo spregevole, un ubriacone violento che maltrattava Dolores e tormentava i tre figli. Ma la misura si colma quando, grazie alla sua profonda sensibilità, Dolores viene a sapere che il marito ha molestato la primogenita e rubato tutti i risparmi destinati all’università dei ragazzi.
A darle lo stimolo per uccidere il marito è proprio Vera Donovan che, in uno slancio di affetto (sempre elegantissimo, sempre razionalissimo) consegna a Dolores la confessione di aver ucciso a sua volta il proprio marito, sotto forma di una chiave per liberarsi dalle catene di un patriarcato violento ed efferato.
Vera insegna a Dolores che «certe volte bisogna diventare un po’ carogne per sopravvivere, perché certe volte fare la carogna è tutto quello che resta a una donna».
È in quel momento che Dolores passa dall’essere una giovane donna debole e remissiva, succube del marito come se il suo comportamento fosse un fardello da portare tacitamente, un destino infausto da accogliere senza lamentarsi, a una vera e propria eroina, disposta a tutto pur di difendere i propri figli e, perché no, anche la propria dignità.
Ecco perché, nel 2026, sono qui a parlarvi di un libro un po’ pop di più di trent’anni fa. Perché credo che sempre più abbiamo bisogno di esempi come quelli di Vera e Dolores. Due eroine moderne, che si sporcano le mani, che hanno imparato a convivere con la violenza generando altra violenza. Due vincitrici che vincono non perché si fanno giustizia da sole, ma perché sanno distinguere ciò che è giusto.
E quindi che pizza potrebbe essere “Dolores Claiborne” se non una godereccia, spicy diavola al salamino piccante?
Idratarsi abbondantemente dopo la lettura.
Dolores, infatti, in occasione della sua testimonianza – con cui tenta di difendersi dalle accuse di omicidio di Vera Donovan – confessa senza esitazione di aver ucciso il marito, una trentina di anni prima. Joe St. George era un uomo spregevole, un ubriacone violento che maltrattava Dolores e tormentava i tre figli. Ma la misura si colma quando, grazie alla sua profonda sensibilità, Dolores viene a sapere che il marito ha molestato la primogenita e rubato tutti i risparmi destinati all’università dei ragazzi.
A darle lo stimolo per uccidere il marito è proprio Vera Donovan che, in uno slancio di affetto (sempre elegantissimo, sempre razionalissimo) consegna a Dolores la confessione di aver ucciso a sua volta il proprio marito, sotto forma di una chiave per liberarsi dalle catene di un patriarcato violento ed efferato.
Vera insegna a Dolores che «certe volte bisogna diventare un po’ carogne per sopravvivere, perché certe volte fare la carogna è tutto quello che resta a una donna».
È in quel momento che Dolores passa dall’essere una giovane donna debole e remissiva, succube del marito come se il suo comportamento fosse un fardello da portare tacitamente, un destino infausto da accogliere senza lamentarsi, a una vera e propria eroina, disposta a tutto pur di difendere i propri figli e, perché no, anche la propria dignità.
Ecco perché, nel 2026, sono qui a parlarvi di un libro un po’ pop di più di trent’anni fa. Perché credo che sempre più abbiamo bisogno di esempi come quelli di Vera e Dolores. Due eroine moderne, che si sporcano le mani, che hanno imparato a convivere con la violenza generando altra violenza. Due vincitrici che vincono non perché si fanno giustizia da sole, ma perché sanno distinguere ciò che è giusto.
E quindi che pizza potrebbe essere “Dolores Claiborne” se non una godereccia, spicy diavola al salamino piccante?
Idratarsi abbondantemente dopo la lettura.
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