Un film sull’adolescenza che non oseresti mai chiamare “teen movie”
Redazione Online
|4 anni fa


Storie come questa, che fanno subito ricordare le traversie di Jafar Panâhi, che da anni gira di nascosto, che una volta ha mandato un film a un Festival di Cannes dentro a una torta, fanno riflettere, soprattutto quando da noi si fa un gran parlare di censura cinematografica e di un Bertolucci del 1972, quando dopo di lui sono stati censurati Pasolini (nel 1975, per “Salò e le 120 giornate di Sodoma”), Ruggero Deodato (nel 1980, per “Cannibal Holocaust”) e Ciprì e Maresco nel 1988, che per “Totò che visse due volte” finirono addirittura in tribunale per vilipendio alla religione, e furono assolti.

Non li ho mappati tutti, ma mi pare che oltre ai nostri D’Innocenzo e Diritti sia arrivato ben poco: “Undine” di Christian Petzold è su Chili, “Malmkrog” di Cristi Puiu è sulla piattaforma dei cinefili Mubi, ma niente “First Cow”, per citare un altro titolo molto lodato dalla critica.
E invece sempre su Chili è disponibile l’Orso d’Argento del 2020, “Never rarely sometimes always” (Mai raramente a volte sempre) di Eliza Hitman: con una manciata di scene e ancora meno dialoghi capiamo che la diciassettenne Autumn in quella cittadina della Pennsylvania vive male. A casa c’è qualcosa di inquietante, di stonato, che ci fa capire che non è un luogo dove rifugiarsi ma dal quale scappare, i ragazzi della scuola si meritano lanci di bibite in faccia, il lavoro al supermercato è inquinato dalle molestie di un superiore.
E invece sempre su Chili è disponibile l’Orso d’Argento del 2020, “Never rarely sometimes always” (Mai raramente a volte sempre) di Eliza Hitman: con una manciata di scene e ancora meno dialoghi capiamo che la diciassettenne Autumn in quella cittadina della Pennsylvania vive male. A casa c’è qualcosa di inquietante, di stonato, che ci fa capire che non è un luogo dove rifugiarsi ma dal quale scappare, i ragazzi della scuola si meritano lanci di bibite in faccia, il lavoro al supermercato è inquinato dalle molestie di un superiore.


Ecco, dimenticatele. Qui prevalgono i toni grigi, lo stile documentaristico, la camera addosso alle due protagoniste (le attrici esordienti Sidney Flanigan e Talia Ryder), i primi piani su Autumn mentre passa per tutta la dolorosa trafila necessaria a sottoporsi a una procedura di interruzione di gravidanza, e meno parla e più capiamo cose su di lei e sulla sua storia. Qui gli ostacoli si superano praticamente, con i soldi, la determinazione, il silenzio e qualche concessione a un ragazzo di passaggio. Qui si chiede solo l’aiuto indispensabile, e si rifiuta tutto il resto. Qui le domande fanno male e le risposte fanno peggio.
“Non desideri mai essere un uomo?” “Sempre”.
“Non desideri mai essere un uomo?” “Sempre”.
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