Piccoli mulini che scompaiono, su 40 ne restano dieci

Fausto Borghi, che ha trasformato il suo in un museo, individua tra le cause le nuove tecnologie industriali, la burocrazia e lo spopolamento

Thomas Trenchi
|4 ore fa
Piccoli mulini che scompaiono, su 40 ne restano dieci
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Il tempo dei piccoli mulini del Piacentino sembra ormai un ricordo. Le grandi industrie macinano più velocemente e a costi più bassi, nelle campagne vivono meno persone e mancano giovani disposti a continuare un mestiere faticoso e quotidiano. Così i cereali arrivano da lontano e i mulini locali chiudono uno dopo l’altro.
«Un modello di sostenibilità ante litteram, radicato nella tradizione e nel rispetto del ciclo naturale delle stagioni», dice Roberto Gallizioli, direttore di Coldiretti Piacenza. «La scomparsa dei piccoli mulini rappresenta una perdita significativa. Non erano semplici strutture produttive, ma presidi culturali ed economici. Ogni mulino era un luogo di incontro e una testimonianza del legame tra uomo e terra».
Nel Piacentino erano 19 quelli registrati dalla Camera di commercio ventisei anni fa, nel 2000. Poi il dato è sceso lentamente ma senza sosta: 17 nel 2001, 15 nel 2003, 13 nel 2012, 12 nel 2021, fino ai dieci di oggi. Quasi la metà. E non tutti davvero attivi.
Un dato impetuoso se poi lo si confronta con la fine degli anni Settanta, quando il nostro quotidiano pubblicava una rubrica oggi inimmaginabile: l’elenco dei molini attivi in provincia, con nomi e numeri di telefono. Erano quaranta. Un numero che segna il ritmo di un cambiamento profondo, soprattutto nella provincia, nelle campagne, nei margini del territorio che produce ma oggi fatica di più a farlo.
Fausto Borghi, presidente dell’associazione “Strada dei mulini”, racconta: «Il nostro mulino a Trevozzo lo abbiamo chiuso dieci anni fa. Le cause: normative complesse, burocrazia e spopolamento. I mulini industriali macinano migliaia di quintali al giorno, mentre chi macina a pietra arriva a sedici quintali. Oggi il mio mulino funziona solo a scopo culturale e museale».
«Dietro la macinazione conta prima di tutto la materia prima», riflette Borghi. «Il mulino industriale perde i sapori di una volta, ma ha controlli che un piccolo mulino fatica a fare. Se c’è un vero mugnaio, la farina è buona. Se è solo un hobby, no».
A Rivergaro, l’azienda Trebbiola mantiene pietre e granito francesi di un metro e trenta, alimentati da pannelli solari. «Il nostro impianto può fare cinque quintali all’ora, ma preferiamo due, per garantire qualità», spiega Leonardo Di Pierdomenico. Anche il Molino Gattoni in Valtidone, attivo dal 1579, produce farina integrale di mais macinata a pietra per il batarò, il panino contadino tipico della zona, come racconta Andrea Gattoni: «Faccio questo lavoro da vent’anni. Produciamo farina di nicchia, ma il solo mulino non basta».
Anche Confagricoltura interviene sul tema: «Gli antichi mulini fanno parte di un patrimonio rurale che si sta sgretolando - spiega Elena Gherardi, responsabile comunicazione -. Sono importanti per turismo e cultura, ma chi resta nelle campagne ha bisogno di infrastrutture e strumenti per continuare. Senza sostegno, ogni progetto resta vano».