Predalbora, la patata blu di Francesco Chinosi nel “paese fantasma” della Valnure

Di Giorgio Lambri 04 Maggio 2021

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Predalbora non è solo un meraviglioso “paese fantasma” dell’alta Valnure. È una conquista. Raggiungerlo non è proprio agevole: una volta percorsi i 45 chilometri che separano Piacenza da Farini, inizia l’ascensione che – un tornante dopo l’altro – vi porta ai quasi mille metri di Groppallo. E qui viene il bello. Perché restano i sei chilometri di strada sterrata, in grado di sbriciolare la coppa dell’olio di veicoli non adatti all’impresa, che completano il tragitto. Si va avanti tra boschi e dirupi finché, un ultima curva, non dischiude la vista della meta. Un paesino in pietra completamente disabitato. Molte abitazioni sono gravemente danneggiate, di qualcuna resta solo lo “scheletro”. Un paio sono state ristrutturate e sono meta di eremitico soggiorno estivo.
Poi c’è la stupenda chiesetta intitolata a San Giovanni, che ha quasi 500 anni e resta miracolosamente in piedi grazie alla testardaggine di Francesco Chinosi.
È con lui che ho appuntamento in questo angolo sperduto di appennino. Ha 32 anni ed è di fatto il “custode” di Predalbora, dove coltiva le sue pregiate patate blu, ma anche quelle tradizionali, assieme ad ortaggi di stagione (fagiolini, zucchine, zucche), raccoglie castagne e vende legna da ardere. Nei campi vicino a Groppallo tiene anche il grano tenero, il farro e due diversi tipi di mais con i quali produce farine che vende anche a Eataly e in alcuni supermercati Conad, oltre che alle fiere a cui partecipa (anzi, partecipava, prima del lockdown).
Una vita semplice e preziosa alla quale Francesco non rinuncerebbe per niente al mondo. Qualcuno la chiamerebbe “agricoltura eroica” ma per lui è il privilegio di un luogo magico che – fatta eccezione per qualche escursionista della domenica – è “solo suo”.
Attorno al paese ci sono i campi in cui crescono le sue patate, considerate tra le migliori del nostro territorio “per merito della terra, molto farinosa – spiega – e del fatto che siamo comunque in un luogo totalmente incontaminato, dove i prodotti crescono “secondo natura”, senza forzature di alcun genere”.


Il mestiere lo ha imparato un po’ all’Istituto agrario Raineri Marcora e un po’ dai nonni, che gli hanno lasciato la terra e un ve cchio ma efficientissimo trattore. “La farina di farro la macino io stesso nel mio piccolo laboratorio, mentre per le altre mi avvalgo di di un mulino di Groppallo – racconta – quando ho iniziato, nel 2009, non sapevo esattamente a che cosa andavo incontro, certo per imbarcarsi in un’impresa del genere ci vuole anche un po’ di incoscienza. Ma non mi pento, ricordo le prime consegne di patate, fatte con la corriera. E poi la gioia di andare a Torino e di far conoscere e apprezzare i miei prodotti agli esperti di Eataly”.
Mentre ci guida tra le poche case, indica con orgoglio la casa dei bisnonni e quella dell’ultimo anziano residente che ha abbandonato Predalbora nel 2010. E la chiesetta, seicentesca, di cui lui stesso recentemente ha rimesso a posto il tetto. Prima del Covid quassù riusciva ad organizzare anche una sagra che – in occasione di San Giovanni – richiamava centinaia di persone. L’intraprendenza non gli manca di certo, basti dire che fino a che le regole del distanziamento lo hanno consentito con un ape-car dei nonni, una friggitrice e una macchina che taglia le patate a lunghe striscioline, scendeva verso valle per proporre alle feste di paese le sue gustose “chips di montagna”. Si è anche informatizzato e attraverso Facebook e Instagram propone perfino la vendita on line. “L’emozione più grande – racconta – è stata quella di inviare i miei prodotti in Francia, agli emigrati piacentini”. Il sogno? “Poter riprendere la nostra bella festa che portava tanta gente ad ammirare questo piccolo paesino”.

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