L’esercito Usa e quella sottile linea rossa tra Call of Duty e l’arruolamento

Di Andrea Peroni 06 Dicembre 2022

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C’è una sottile linea rossa tra videogiochi e politica, tra intrattenimento e addestramento. Videogiocare, del resto, significa allenare la mente e i riflessi, stimolare le sinapsi e favorire spesso la rapidità di intervento di fronte a una difficoltà o un enigma da completare. Tutte caratteristiche che fanno molto comodo a un’azienda, perché in fin dei conti di azienda si parla, che è ossessivamente in cerca di nuova carne da macello da vestire in uniforme e gettare in un campo di addestramento – o peggio. Si parla ovviamente dell’iper-patriottico esercito americano, che ha fatto di tutto per riuscire a attraversare proprio quella linea rossa.

Ha fatto molto scalpore nei giorni scorsi una serie di fughe di notizie, con Motherboard che ha diffuso alcuni documenti ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti. In questi documenti si evince come le alte cariche delle forze armate americane siano costantemente in cerca di nuovo pubblico, inteso come persone di ogni etnia ed età (ma soprattutto molto giovani) che siano interessati a una carriera militare. Certo, il fascino della divisa non è più quello di un tempo, e dunque occorre trovare nuove strade per comunicare, nuovi modi per affacciarsi alla Generazione Z. E cosa potrebbe esserci di meglio per raggiungere questo bacino d’utenza, se non i videogiochi e l’intrattenimento in generale?

Sono soprattutto i giovani il mercato di riferimento per le piattaforme streaming di contenuti come Twitch, la risposta di Amazon a YouTube che in tempo di pandemia ha subìto un’accelerazione spaventosa, ma certamente anche i videogiochi rappresentano prodotti ormai alla portata di ognuno e nelle case di tutti. “Sai quale può essere una bella mossa per noi?”, si deve essere chiesto il tenente Hartman (nome fittizio, chiaramente) dell’esercito Usa nel corso di un incontro con i suoi pari di grado, proseguendo poi con la soluzione a tutti i problemi delle grandi aziende: la pubblicità. Martellante, inesauribile, ovunque e comunque, la pubblicità è lo strumento per farsi conoscere. Solo che c’è un piccolo dettaglio: ha senso che l’esercito Usa si faccia pubblicità sul sito web del New York Post, oppure sul volantino della Lidl? No, certo che no, e dunque si va a caccia di prodotti seguiti principalmente dai più giovani. Appunto, i videogiochi.

Perché i videogiochi, in effetti, sono sempre stati anche politica, o perlomeno sono diventati uno strumento attraverso il quale, non sempre e non tutti, gli sviluppatori raccontano il mondo da un certo punto di vista. Prendiamo ad esempio Call of Duty, da sempre ritenuto un po’ troppo vicino alle forze armate americane che, in effetti, vengono sempre dipinte come gli Avengers della situazione. Una giovane mente, in questo senso, può arrivare a pensare che difendere i colori del proprio paese attraverso l’arruolamento sia una cosa buona e giusta, e che il divertimento sia soprattutto alle stelle. Da qui, l’idea di irrompere con decisione nel mercato dei videogiochi.

 

Fonte: Motherboard

Non si tratta neppure di una novità, a dire il vero. Già negli anni passati, seppur con modalità differenti, lo United States Army aveva approcciato varie produzioni videoludiche, come la serie di videogiochi ufficiali America’s Army. Validi sparatutto in prima persona, il cui scopo non era però certo quello di proporre una grande esperienza ludica bensì infarcire la testa del giocatore di contenuti brandizzati e dedicati interamente all’esercito, che spiegavano in sostanza quanto tutto fosse bello e perfetto per un giovane desideroso di far carriera.

I recenti documenti hanno evidenziato ancora una volta che le forze armate Usa non hanno perso questo vizietto, e anzi si sono espanse ancor di più nel mondo dell’intrattenimento specie ora che Twitch è diventato una piattaforma di massa. Tra le spese più interessanti da segnalare, ritrovate sui documenti, troviamo 150 mila dollari per lo streamer di Warzone “Stonemountain64”, altri 200 mila per aggiungere pubblicità a Call of Duty: Mobile, e ben 750.000 dollari per sponsorizzare i tornei competitivi di Cod e la piattaforma Paramount+, che con la sua serie tv Halo è considerata terreno fertile per giovani braccia da rubare all’agricoltura e addestrare a impugnare un fucile. Insomma, il mercato di riferimento è chiaramente quello degli sparatutto, e non è un caso che la strategia dell’esercito si sia concentrata principalmente su Call of Duty.

Le cose, stando ai documenti, sono apparentemente cambiate nell’ultimo anno, dopo che nell’agosto del 2021 Activision Blizzard King è stata travolta da uno scandalo di molestie sessuali grande quanto la California. I vertici delle forze armate hanno deciso di chiudere ogni accordo legato a Call of Duty, ma questo non significa che in futuro il discorso potrà essere riaperto, magari proprio quando (e se) Microsoft avrà il via libera per acquisire e ristrutturare il modo di lavorare di Activision. Da lì ripartirà inevitabilmente la propaganda: l’esercito è grande, l’esercito è bello, l’esercito è il meglio. Giusto o sbagliato che sia, è anche questo che fa smuovere l’economia. Anche quella dei videogiochi.

Fonte: https://www.vice.com/en/article/ake884/us-army-pay-streamers-millions-call-of-duty

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