Gls: botta e risposta tra Seam e Usb sugli stipendi dei facchini

06 Febbraio 2019

E’ la Seam Srl, la società che gestisce la manodopera nel magazzino Gls di Montale, a rompere il silenzio dopo il licenziamento dei 32 facchini e le vibranti proteste dell’Usb che ne sono conseguite. Lo fa divulgando i cedolini delle buste paga (cancellati i dati identificativi) di una decina di operai impiegati nell’hub ritenendolo un campione significativo per testimoniare la loro capacità salariale. Soprattutto per “smentire” le presunte condizioni di sfruttamento lamentate dagli stessi lavoratori all’indomani della cacciata dalla Gls per motivi disciplinari. Le buste paga si riferiscono a lavoratori extracomunitari del reparto facchinaggio di 4°, 4j e 5° livello, tra i più bassi della “scala” contrattuale nel settore di riferimento, quello della logistica e trasporti (come erano i lavoratori licenziati).

Dunque i cedolini delle buste paga attestano che Seam ha elargito a Piacenza retribuzioni nette che oscillano dai 1.650 euro circa a oltre 2.000 euro, “smentendo clamorosamente lo slogan sindacale: “A Piacenza schiavi mai” che alla luce di quanto detto appare una evidente fake news”.

LA REPLICA DEL SINDACATO USB
Il sindacato di base Usb ha replicato alla presa di posizione di Seam: “La “bufala” consiste nel fatto, non detto, che gli stipendi citati sono di persone inquadrate dal 5° al 4° livello, cioè quello massimo a cui può aspirare un facchino, quindi a figure professionali che hanno la retribuzione più alta. Ma non solo: i 2.000 euro sbandierati sono comprensivi di una serie di istituti contrattuali quali il rateo mensile di 13esima e 14esima (che altre categorie percepiscono in un’unica soluzione normalmente a giugno e a dicembre), gli assegni familiari per famiglie spesso numerose con una detrazione equivalente, gli straordinari e l’indennità notturna (perché questo è un lavoro che si fa di notte) che da sola vale un incremento della retribuzione pari ad un quarto (+25%) dell’intero stipendio come previsto dal contratto di categoria, i buoni pasto pagati in busta. Questa è la realtà pura e semplice; questa gente si spacca la schiena lavorando tutte le notti del mese per uno stipendio reale che corrisponde a una media di 1.200/1.300 euro mensili”.

 

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