Marbet di Gragnano

“Burocrazia a rilento, in attesa dell’ok per riconvertire la produzione in mascherine”

5 aprile 2020

“La nostra ditta è pronta a riaccendere le macchine per realizzare quasi duemila mascherine al giorno”. In questo caso, però, tra il dire e il fare c’è di mezzo il semaforo verde delle autorità. Quello che l’azienda Marbet di Gragnano, leader nel settore di accessori per la merceria, attende con ansia: “Da giorni aspettiamo il via libera della prefettura di Piacenza per riconvertire la produzione dello stabilimento in dispositivi di protezione individuale – spiega il contitolare Andrea Bettaglio -. Per ora, però, ci siamo scontrati con la burocrazia”. L’ok a rimettere in moto la Marbet non rappresenterebbe solo un aiuto concreto alla carenza di mascherine sul territorio ma anche un sostegno ai quindici dipendenti che oggi si trovano a casa in cassa integrazione: “Il personale tornerebbe a lavorare a pieno regime per dare una mano alle zone colpite dal Covid-19”.

I responsabili della ditta di Gragnano – chiusa da ormai tre settimane in seguito alle disposizioni governative – non avrebbero dubbi su come produrre le mascherine: “Di solito – chiarisce Bettaglio – fabbrichiamo una tipologia di sottoascella particolarmente venduta ai funzionari bancari nel periodo estivo. Si tratta di tessuti formati da uno strato morbido di cotone e uno di nylon impermeabile. Ecco, con lo stesso meccanismo e la materia prima già in magazzino, potremmo realizzare migliaia di mascherine non omologate ma capaci di fermare il passaggio della carica batterica”. Le macchine da taglio ci sono, l’autorizzazione delle istituzioni non ancora: “Nei giorni scorsi abbiamo inviato alla prefettura di Piacenza la richiesta di deroga alle limitazioni anti-Coronavirus, affinché la nostra azienda possa riconvertire la produzione a beneficio della collettività. Ma finora pare tutto fermo, non abbiamo ricevuto nessuna risposta. Il tempo passa e la situazione si complica: vogliamo poter fare la nostra parte”.

I titolati della Marbet, inoltre, si sono informati per ottenere l’omologazione delle proprie (potenziali) mascherine: “Quando avremo l’autorizzazione a riaprire le porte dello stabilimento di Gragnano a questo scopo – sottolinea Bettaglio – manderemo una serie di campioni in un centro biochimico. Senza dubbio, le nostre mascherine di cotone sarebbero lavabili e riutilizzabili, rappresentando una valida alternativa alla carenza oppure all’utilizzo di merce usurata da settimane. Credo che potremmo venderle al massimo a un euro e mezzo al pezzo”. La volontà c’è. Il via libera non ancora. “Siamo pronti, fateci riaccendere le macchine”.

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