Hiv, casi in aumento. Ausl: “Nessuno può sentirsi al sicuro”

04 Dicembre 2020

 

Foto di archivio

La lotta all’Aids non è finita. In occasione della giornata mondiale, dai professionisti delle Malattie infettive dell’ospedale di Piacenza arriva un messaggio chiaro e forte alla comunità: “Non si può abbassare la guardia su quella che è stata un’epidemia per molti anni e che oggi è una patologia ben lontana dall’essere debellata”. Dopo 2 anni (soprattutto nel 2018) di sensibile calo di nuovi infezioni, nel 2020 sono stati riscontrati 13 nuovi casi di infezione da HIV, ovvero più di un caso al mese. “Possiamo ritenere – evidenzia Alessandro Ruggieri, responsabile della gestione dei pazienti con infezione da HIV dell’Ausl di Piacenza – che l’epidemia di Sars-cov 2 abbiamo ridotto l’accesso ai test. Per esempio, non è stato possibile organizzare le tradizionali giornate di sensibilizzazione tra la popolazione, nelle quali questa prova veniva offerta gratuitamente”. C’è quindi il rischio che in futuro possano emergere pazienti con infezione da HIV già in fase avanzata di malattia.

RAPPORTI SESSUALI – A Piacenza le persone che accedono, almeno una volta l’anno, al reparto di Malattie Infettive sono più di 700: oltre il 90 per cento è in terapia antiretrovirale, 120 hanno già diagnosi di Aids. Di virus dell’immunodeficienza umana si muore ancora, anche se in misura nettamente minore rispetto al passato grazie ai nuovi farmaci di ultima generazione. Nel 2019 sono 2 le persone decedute con infezione da HIV per problematiche non HIV correlate. L’identikit di chi contrae l’infezione è mutato rispetto al passato: rarissime le infezioni fra i tossicodipendenti, oltre il 90 per cento delle infezioni sono acquisite per via sessuale, senza escludere donne e persone di età superiore ai 60 anni. Anche quest’anno molte persone sono giunte alla diagnosi con un sistema immunitario compromesso segno di infezione presente da anni e diagnosticata tardivamente, uno solo tuttavia già in Aids conclamato rispetto ai 6 dello scorso anno.

ETA’ DEI CONTAGIATI – “Nessuno – invita Ruggieri – può sentirsi al sicuro: il concetto di categorie a rischio deve essere abbandonato. Si deve prestare attenzione ai comportamenti a rischio. Il virus si diffonde attraverso la via sessuale: il problema riguarda quindi tutta la popolazione sessualmente attiva, soprattutto ora che l’attività inizia prima e termina più tardi”. Nelle 13 nuove diagnosi, la trasmissione è risultata sempre attribuibile a contagio sessuale: si contano 10 maschi e 3 femmine, età fra i 20 e i 56 anni. “Tutte le fasce di età sono potenzialmente a rischio di essere colpite dal virus dell’HIV: in Malattie infettive il più giovane sieropositivo seguito ha 20 anni, il più anziano 85”.

ASPETTATIVA DI VITA – Oggi l’aspettativa di vita di una persona che scopre di avere l’HIV precocemente con un sistema immunitario non compromesso è pari a quella di un soggetto che non ha l’infezione. “Sono state eseguite – aggiunge ancora l’infettivologo le sierologie per Sars-Cov 2 alla maggior parte dei nostri pazienti: riscontro di circa il 25% di positivi (tamponi tutti negativi) in linea con altri studi eseguiti nella nostra Provincia così duramente colpita dalla pandemia, con infezione nel 90% dei casi completamente asintomatica, 3 soli casi gravi che hanno richiesto ricovero ospedaliero con ossigeno terapia ad alto flusso: tutti erano gravemente immunodepressi con già diagnosi di AIDS, nessuno è deceduto. Una ragione in più per eseguire precocemente il test in tutte le persone sessualmente attive”.

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