“Dome” e “Wollas”, la grande passione per la musica. “Erano come fratelli”

12 Gennaio 2022

Gli amici, la famiglia, la musica e poi ancora la musica. Per Domenico Di Canio, “il Dome” come lo chiamavano gli amici, la vita è stata un brevissimo ma intenso inno suonato a ritmo di trap. Musica che aveva del sangue e che gli risuonava sempre in testa, al punto da diventare il filo conduttore della sua breve esistenza di 21 anni. Era nato a Ginosa, in Puglia e insieme al papà Carmine, alla mamma Giusy e i fratelli Johnny e Carmen, si era trasferito in Val Tidone. Per un periodo la famiglia aveva vissuto a Vicobarone, poi a Castel San Giovanni. Solo da un paio di anni Domenico e la famiglia si erano trasferiti a Borgonovo. Castello era la città dove era cresciuto, si era fatto decine di amici e aveva iniziato a coltivare la sua passione smisurata per il canto e per la musica. “Il Dome cantava sempre, era la sua fissazione – dice un amico ancora frastornato”. Quella per la musica era la passione che legava in maniera viscerale Domenico a William Pagani, in arte Wollas, un altro dei ragazzi la cui vita si è spezzata lunedì  notte, a bordo dell’auto finita nel fiume Trebbia. “Erano come fratelli – dicono gli amici – Wollas aveva prodotto diversi pezzi del Dome”. Domenico aveva inciso numerosi brani. Sul profilo Instagram ci sono le copertine e i titoli. Sono tutti prodotti dall’amico di Castel San Giovanni, morto insieme a lui in quel maledetto volo in auto nel fiume. “Il Dome aveva in testa solo quello – dice un altro amico – voleva farne la sua professione”.  Anni fa, era il 2017, l’allora giovanissimo rapper era stato ospite della trasmissione Piacenza di No(t)te (su Telelibertà) e aveva spiegato del significato di un brano, “Oroscopo”. 

 

Qualcuno ieri non aveva ancora saputo della tragedia e gli scriveva sul telefonino e su Facebook “Auguri Wollas!”. Ma William Pagani era già morto con gli amici che considerava fratelli. Aveva compiuto 23 anni. “Lui aveva lo sguardo… Uno sguardo che ti cercava, ti rendeva migliore. Ci sentivamo tutti minuscoli davanti a lui, proprio perché William era uno specchio, ti scavava dentro con lo sguardo e vedeva cose che gli altri non vedono”, dice un amico che si asciuga le lacrime. Anche al liceo artistico “Cassinari” si capisce subito che William Pagani è uno che nessuno dimenticherà mai. “William era speciale – ricorda la professoressa Cristina Martini -. Riservato, discreto, ma non chiuso, visto che sapeva creare legami autentici con chiunque incontrasse sul suo cammino. Era attento, sensibile e meravigliosamente empatico.  Con lo sguardo creava complicità ed era bravo a scuola, aveva talento nella scenografia, dimostrando spiccato senso estetico, gusto originale, spirito di osservazione profonda. Lui andava a fondo nelle cose, ne coglieva sfumature inedite, insignificanti agli occhi più superficiali di altri. Ho voluto conservare una sua opera, quando si è diplomato, ce l’ho in sala, pensavo “Così dev’essere””. L’esempio lo aveva dato a tutti quando aveva deciso, come giovanissimo produttore, di sostenere e credere in un trapper nigeriano che soffriva di epilessia ed era andato in coma. Kvy Rhymes, pseudonimo di nKolawole Imafido, dopo il risveglio aveva voluto scrivere un testo per dire di non smettere di credere mai ai sogni. E William era stato al suo fianco, lanciando quella “Aladdin” che nel giro di poche ore aveva conquistato migliaia e migliaia di visualizzazioni. Il trapper sorrideva felice, William era rimasto dietro le quinte. Era fatto così. Realizzava sogni perché li sapeva guardare. 

 IL SERVIZIO DI NICOLETTA MARENGHI

 

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