Acqua potabile dal mare: possibile, ma gli ostacoli sono ancora tanti

12 Luglio 2022

Lo stato d’emergenza è già stato dichiarato, e anche alcuni temporali intensi, seppur brevi, non hanno variato la situazione: la siccità che sta colpendo l’Italia e l’Europa è sempre più grave.
Manca acqua potabile per la scarsità di piogge, e non solo: quella ancora presente nei fiumi sta risentendo della “risalita” delle acque dei mari, che rendono anche la poca risorsa rimanente inutilizzabile.
Tra le soluzioni che si affacciano oggi, c’è la desalinizzazione (o dissalazione) dell’acqua di mare, un processo molto migliorato negli ultimi anni, ma che deve ancora affrontare dei problemi per essere accettato.
Come funziona la desalinizzazione
La desalinizzazione si basa su un processo chiamato osmosi inversa, grazie al quale l’acqua viene forzata attraverso membrane polimeriche che consentono alle sue molecole di passare bloccando i sali e altre impurità inorganiche. Con quasi 16mila impianti attivi o in fase di costruzione, la dissalazione è impiegata in 183 paesi; quasi la metà della capacità totale è installata in Medio Oriente.
Tanti esempi nel mondo
In Europa soprattutto i paesi mediterranei sono interessati alla tecnologia che, infatti, ha conosciuto un notevole sviluppo soprattutto in Spagna (al 2021 risultano installati circa 765 impianti). Tra questi, anche grandi installazioni al servizio di aree urbane importanti, come nel caso di Barcellona che, grazie a un sistema ibrido fatto di due potabilizzatori e due dissalatori, riesce a garantire l’acqua potabile a 5 milioni di abitanti e a più di 8 milioni di turisti l’anno.
Bahamas, Maldive e Malta sono alcuni dei paesi che soddisfano la totalità del loro fabbisogno idrico attraverso il processo di desalinizzazione. L’Arabia Saudita (34 milioni di abitanti) ne ricava circa il 50% della sua acqua potabile, mentre Israele possiede uno dei più grandi impianti a Sorek, in grado di produrre 627mila metri cubi di acqua dissalata al giorno.
La necessità di fonti energetiche più sostenibili
Tutti gli impianti già costruiti ed in progettazione devono far fronte a due principali difficoltà: l’utilizzo di combustibili fossili per dare energia agli impianti e le conseguenze della lavorazione dell’acqua.
Di che si tratta nello specifico? Partiamo dalla difficoltà che è sotto gli occhi di tutti, e che accomuna ogni comparto dell’industria e oltre: molti impianti per funzionare hanno bisogno di essere alimentati da combustibili fossili. E quanta alimentazione serve! In media un impianto richiede in media da 10 a 13 kilowattora di energia per ogni mille galloni lavorati (3.700 litri). Questa enorme necessità di energia sta spingendo i ricercatori a cercare fonti alternative, più sostenibili, per affrontare il problema.
Un paper di Althesys e Acciona dal titolo “La desalinizzazione, una risposta alla crisi idrica”, ha raccolto dati e previsioni su questo comparto: “Dal punto di vista energetico la desalinizzazione può offrire forti sinergie con le rinnovabili. Le zone aride, dove i dissalatori sono più usati, sono anche quelle con il maggior irraggiamento solare e quindi più adatte al fotovoltaico. L’unione tra impianti di dissalazione, generazione solare, eolica e termoelettrica permette di limitare le emissioni, ridurre i costi energetici e la loro volatilità legata ai combustibili fossili”. E alcuni impianti che, appunto, traggono energia dal sole sono già in attività.
Lo smaltimento della salamoia
Cos’è la salamoia? In tema di desalinizzazione, è lo scarto prodotto dalla depurazione dell’acqua, che viene reimmesso in acqua una volta terminato il processo. Nella maggior parte dei casi, per ogni litro di acqua potabile prodotto si creano circa 1,5 litri di liquido inquinato da cloro e rame.
Questi scarti, se non adeguatamente trattati e depurati, creano gravissimi danni all’ecosistema in cui vengono immessi, trasformando l’habitat in una zona tossica e invivibile, non a caso chiamata “dead zone”.
C’è una speranza: negli ultimi anni gli studiosi hanno pensato che i minerali contenuti nella salamoia possano essere estratti e riutilizzati, rendendo più semplice il processo di depurazione delle acque reflue. Al momento, a limitare questa possibilità sono gli altissimi costi che il processo di estrazione comporta.
I costi della desalinizzazione
Il paper di Althesys e Acciona traccia anche un andamento dei prezzi del processo: grazie al perfezionamento dei processi e allo sviluppo dei materiali, si prevede un’ulteriore diminuzione dei prezzi dell’acqua desalinizzata. Tra investimento, gestione ed energia elettrica, nel 2019 erano scesi per la prima volta sotto i 3 dollari al metro cubo. Il 2020 ha visto un nuovo record storico, con il prezzo che si è attestato a 1,5 dollari al metro cubo.
Ma il quadro normativo, soprattutto in Italia, pone ancora dei limiti alla costituzione di questi impianti: sarà necessario studiarne a fondo le problematiche e proporre soluzioni convincenti per far sì che questo approccio sia considerato una reale soluzione alla siccità.

[email protected]

© Copyright 2022 Editoriale Libertà