Una Macchiona del ’99 e quei vini piacentini che sanno emozionare…

Di Giorgio Lambri 13 Ottobre 2021

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Una Macchiona del ‘99. È il sontuoso regalo con cui Alessandro Villa nobilita una già formidabile cena da Faccini, il ristorante di Sant’Antonio (Castellarquato) che gestisce assieme alla mamma Paola e allo zio Massimo. Una bottiglia di quelle che possono illuminare una serata. Peculiarmente piacentina, anche se sfido tanti esperti a intuirne la provenienza in una degustazione alla cieca. Siamo di fronte a un antico commovente prodigio di quelli che normalmente vediamo manifestarsi in Piemonte o in Toscana. C’è perfetto equilibrio in una struttura comunque importante, ben supportata dall’acidità, ma ci sono anche grinta e complessità. Un vino pieno, potente, con un q.b. di elegante mineralità. Ne ammiriamo il colore rosso rubino, intenso, limpido, prima di portarlo al naso e scoprire un caleidoscopio di profumi che vanno dal lampone al cuoio, dalla terra umida alla liquirizia. L’ingresso in bocca è perentorio, poderoso ma al tempo stesso aggraziato: caldo, intenso, fine, morbido, persistente, tannini educati, di buon corpo, maturo, armonico.
Mentre la raffinata magia – peraltro a me già nota – di questa vecchia annata si realizza al cospetto di ghiotti ravioli d’anatra e della canonica faraona alla creta, eterno cavallo di battaglia del ristorante, non posso fare a meno di riflettere su come due vecchi sposi brontoloni, Barbera e Bonarda, possano esprimere tanta limpida qualità. Siamo al cospetto di una bottiglia per la quale investirei serenamente una congrua somma di denaro. Non un Gutturnio, semmai una sua lirica sublimazione.
Nel corso della stessa, epica serata, tra l’altro, Alessandro ci ha offerto l’occasione di cimentarci anche con un “rioja” di livello: Reserva R. Lopez de Heredia Viña Tondonia 2008, caliente rosso figlio di uve Tempranillo 75%, Grenache 15%, Mazuelo e Graciano 10%. Un vino possente e armonico al tempo stesso, di scolastica perfezione, ma che non ci ha trasmesso nemmeno un quinto delle emozioni della Macchiona. Così, con l’amico e sodale Filippo Chiappini Dattilo, ci siamo trovati a riflettere su quanto la nostra terra sia prodiga ma ai più sconosciuta dal punto di vista dei gioielli enologici. E a chiederci: perché non ci facciamo conoscere attraverso eccellenze come questa? E ce ne sono, credetemi. C’è un rosso di vigorosa e filosofica saggezza come L’Attesa (Solenghi), c’è una poesia di Prevert in sembianze di bianco valnurese come Sorriso di Cielo (La Tosa), c’è una nicchia di pregevoli passiti con valenti primattori come il Vin Santo di Vigoleno e quello di Albarola. In definitiva ci sono almeno una quindicina di bottiglie del territorio che – fatta la tara dei discutibili e democristiani metri di giudizio con cui vengono distribuiti “bicchieri”, “grappoli”, “stelle” e quant’altro – stanno in una fascia di qualità alta se non altissima. E poi ce ne sono tanti altri che entrano nell’alveo di una produzione piacevolmente virtuosa. Rossi e bianchi, perché produciamo vini di collina, ma ideologicamente siamo bassaioli guareschiani che continuano a non voler scegliere tra Peppone e Don Camillo.
Il “problema” è che restiamo fermi all’ovvietà, alla difesa acritica di cervellotiche denominazioni, alle incerte definizioni di quelli che abbiamo proclamato vini bandiera, alla tutela dei numeri anziché della qualità.
Intendiamoci, non c’è niente di male nel voler continuare a vendere centinaia di migliaia di bottiglie di onesto vino da pasto, ma magari sarebbe più qualificante avere un biglietto da visita che ci presenti con il meglio delle nostre produzioni. In ossequio alla regola per la quale, sulla prima pagina di un giornale sportivo, ci sta la foto di una spettacolare rovesciata non di un comunque utile retropassaggio al portiere. Ecco, è questa la sfida che vorrei veder vincere dal nostro “sistema-vini”. Ci riusciremo?

giorgio,[email protected]

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