Si è riaperto il buco dell’ozono, ma il fenomeno si verifica ogni anno

22 Settembre 2021

In breve:

  • Il buco dell’ozono si è riaperto anche quest’anno, e non è una notizia
  • Il problema è la sua estensione, che supera l’Antartide e si colloca tra le 25% più grandi dall’inizio delle rilevazioni
  • Nel 2019 si era registrata l’annata migliore dal 1982, ma il 2020 e il 2021 hanno invertito la tendenza
  • Non è solo questione di inquinamento: il buco nell’ozono dipende anche dalle condizioni climatiche

Così come nel 2020, anche nel 2021 il buco nell’ozono sta raggiungendo dimensioni da record. Gli esperti parlano di una superficie superiore a quella dell’Antartide e tra le 25% più estese dal’inizio delle rilevazioni. “Ma non si era chiuso?”, potrebbe chiedere qualcuno. In realtà il buco nell’ozono si “apre e chiude” ogni anno, in concomitanza con la primavera australe. Ciò che cambia è la sua estensione che, nei piani, dovrebbe ridursi sempre di più nei prossimi decenni sino a porre fine al fenomeno.

Un “buco” più esteso del solito

Quest’anno il buco nell’ozono è più grande del solito e no, non è una buona notizia. A dirlo sono gli scienziati del servizio di monitoraggio dell’atmosfera europeo, Copernicus, che stimano la superficie “debole” dello strato di ozono sia il 75% più estesa rispetto alla media a questo punto dell’anno dal 1979 in poi. Tanto esteso da superare in termini di superficie il continente antartico. Non propriamente un dato incoraggiante. Secondo Vincent-Henri Peuch, direttore dell’osservatorio, “il buco quest’anno è particolarmente simile  a quello del 2020, che è stato uno dei più profondi e duraturi della serie storica”. Nel 2020 infatti il buco dell’ozono si chiuse solo vicino a Natale. Al momento, il buco nello strato di ozono rilevato dall’osservatorio nel 2021 è nel 25% dei “buchi” più estesi mai registrati dall’inizio delle rilevazioni.

Nel 2019 invece la situazione migliore dal 1982

Se il 2020 è stato un anno caratterizzato da un buco nella superficie di ozono tra i più estesi dall’inizio delle rilevazioni e il 2021 sembra seguire a ruota, il 2019 fu caratterizzato da una delle situazioni migliori degli ultimi decenni. In quell’anno gli scienziati rilevarono infatti il buco nell’ozono in Antartide meno esteso dal 1982. Merito di condizioni meteorologiche favorevoli. All’altitudine di 20 chilometri infatti le temperature del settembre 2019 risultavano essere di ben 16 gradi centigradi superiori alla media, le temperature più calde in quarant’anni di rilevazioni. Queste alte temperature hanno ridotto la forza dei vortici polari in Antartide, scaldando la stratosfera più bassa (ed evitando la formazione di nuvole, responsabili nel processo di distruzione dell’ozono).

Nel 2020 si è aperto anche un “inconsueto” buco nell’ozono sull’Artico

La Stazione spaziale europea spiega come nel 2020 anche il “Polo nord” abbia registrato un incremento nell’estensione del buco nello strato di ozono rispetto ai dati tradizionali. Un fenomeno causato da un irrigidimento delle temperature superiore alla media, tale da far scendere il livello di ozono nell’atmosfera e agevolare così la formazione del “buco”. Solitamente infatti nell’Artico le temperature non seguono la medesima dinamica dell’Antartide, tuttavia la presenza di venti forti ha contribuito alla formazione di un “vortice polare”, responsabile della formazione e dell’ampliamento del “buco”.

Il buco nell’ozono è un fenomeno che si ripete ogni anno

Il buco dell’ozono non è un’area statica dell’atmosfera in cui il gas è assente e lascia “scoperta” la Terra dai raggi ultravioletti. Il buco dell’ozono infatti si ripete di anno in anno ciclicamente, specialmente al Polo sud, in Antartide. Si “apre” tra agosto e settembre, quando nell’emisfero australe avanza la primavera, raggiungendo l’estensione massima tra settembre e ottobre, “chiudendosi” poi con l’avvicinarsi dell’estate australe (l’inverno europeo, per intendersi). La distruzione dello strato di ozono, oltre ad essere facilitata dal clima stagionale, è anche legata all’emissione di clorofluorocarburi (o sostanze surrogate a loro sostituzione) nell’atmosfera.

Una cosa è il buco nell’ozono, un’altra l’ozono troposferico

Non bisogna poi confondere il buco nell’ozono con l’ozono troposferico. Il primo, l’ozono della stratosfera (o meglio ozonosfera) svolge un ruolo chiave nella protezione della vita sulla Terra rimbalzando i raggi ultravioletti nocivi per gli esseri viventi. La sua assenza lascerebbe come “sguarnita” la Terra. L’ozono troposferico invece è il gas presente nello strato inferiore dell’atmosfera, quello in cui vivono gli esseri umani. Quando quest’ultimo raggiunge livelli eccessivi diventa pericoloso per la salute e deve essere costantemente tenuto sotto controllo per evitare una sua eccessiva concentrazione nell’aria che respiriamo.

“Gli effetti delle alte concentrazioni di ozono troposferico sulla salute degli esseri umani”

La scoperta risale al maggio 1985

In testa alla nota “Billboard hot 100”, la classifica dei singoli più venduti negli Stati uniti, c’erano i Simple Minds con “Don’t you (forget about me)”. In Italia ancora reggeva “We are the world”. Nel mentre sulla prestigiosa rivista Nature, il 16 maggio 1985, tre scienziati del “British antarctic survey” annunciavano di aver rilevato dei livelli anormali di ozono sopra il Polo sud.

“I valori primaverili di ozono osservati in Antartide sono scesi considerevolmente”, recita lo studio. “Dovrebbero essere considerate possibili cause di tipo chimico”, suggerivano i tre esperti. “Supponiamo che le temperature molto basse che prevalgono da metà inverno ad alcune settimane successive all’equinozio di primavera rendano la stratosfera dell’Antartide particolarmente sensibile all’aumento della concentrazione di cloro inorganico”. Questo studio rappresenta senza dubbio la pietra miliare nella scoperta del “buco dell’ozono” come lo conosciamo oggi, tuttavia già negli anni ’70 la comunità scientifica aveva cominciato ad ipotizzare un possibile impatto negativo delle sostanze chimiche sull’atmosfera. Nel 1978 l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente bandì la produzione “non essenziale” dei clorofluorocarburi. Nel 1987 fu la volta del Protocollo di Montreal che ha permesso di ridurre ad oggi il 98% dei “CFC” dagli spray.

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