L’ho assaggiato per voi: “Gate” (bianco della Valtrebbia di Shun Minowa)

Di Giorgio Lambri 03 Dicembre 2020

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Il vino racconta perfettamente chi lo crea, pregi e difetti. Lo sostengo da sempre. Nell’orange wine Gate, di Shun Minowa, ad esempio, ci sono gli acerbi ma  meravigliosi sogni visionari di un 37enne giapponese che ha girato il mondo e poi si è innamorato della Valtrebbia. Quello che stappa mentre chiacchieriamo è un vendemmia 2019 – la sua prima da produttore – potenzialmente un’ottima beva, c’è solo da aspettare ancora un po’, ma i profumi nitidi e intatti della nostra Malvasia di Candia aromatica assieme a un’armonia non troppo comune a questo tipo di vini, lasciano presagire un roseo futuro per Gate (il nome – mi spiega – fa riferimento a una preghiera buddhista e l’etichetta è impreziosita da un disegno floreale realizzato da un’artista amico di Shun).

Ho sentito parlare di lui da amici, appassionati di vini naturali e sono andato a cercarlo sopra Travo, poco distante dalla mitica Trattoria dei Pastori, in una cantinetta che ha rilevato due anni fa da un agricoltore della zona, assieme a una piccola vigna (nemmeno un ettaro) presa in affitto. Poco distante da un altro virtuoso vignaiolo, Alberto Anguissola, padre di un ottimo Pinot Nero che ha chiamato “Riva del Ciliegio Casè”.

Come lui, anche Shun realizza vini macerati sulle bucce, secondo la più antica tradizione del passato che prevedeva la produzione di vini bianchi tramite il contatto più o meno lungo del mosto con le bucce. La macerazione avviene in cemento, poi il vino si perfeziona in acciaio, in vetroresina e in un paio di tonneaux di recente acquisizione. Dal primo anno di produzione ha tirato fuori circa 1200 bottiglie di bianco e 300 di rosso (gutturnio fermo) ma già da quest’anno dovrebbe “alzare il tiro”.
La sua storia è piena di entusiasmo e passione. Nasce in una città poco distante da Tokyo, si laurea in biologia, lavora con il Ministero giapponese a un progetto sulla difesa dell’ecosistema, ma ha in mente un altro futuro, legato al vino, per lui molto più di una semplice passione.
“Per qualche anno ho fatto l’importatore – racconta – vini dall’Italia, ma anche da Spagna, Francia e Cile. Però non mi sentivo realizzato anche perché in Giappone il vino è solo un prodotto che arriva da altri Paesi, non c’è una vera cultura enologica. Io avevo bisogno di quello, di conoscere e capire quello che vendevo. Quindi me ne sono andato”.

Dove?
“Sono partito dalla Spagna, presso una cantina della zona di Madrid. Non sapevo niente di questo mestiere, quindi ho iniziato ad alternare il lavoro di vigna e di cantina alla scuola. Ho partecipato alla mia prima vendemmia, ho imparato a potare e a stare in cantina. Quindi sono ripartito, destinazione Catalunya: Cantina Clos Mogador che produce vini a Gratallops, nel dipartimento del celebre Priorat. Qui ho affinato ulteriormente la mia conoscenza, ma non mi bastava, volevo conoscere altri tipi di uva, altre produzioni”.

E quindi?
“Grazie a un imprenditore francese del vino cresciuto in Borgogna ma poi emigrato in Cile sono finito in Sudamerica e lì ho lavorato su un particolare vitigno che gli spagnoli avevano portato direttamente dalla Mancha”.

In Cile hai conosciuto la persona che ha cambiato il corso della tua carriera di vignaiolo, vero?
“Elena Pantaleoni, titolare de’ La Stoppa e la cui mamma produce ottimo vino in Cile. Mi fece assaggiare Ageno (eccellente e pluripremiato bianco macerato della cantina di Rivergaro ndr.) e fu una folgorazione perché era diverso da tutto quello che avevo provato fino a quel giorno. La seguii, nel 2016, per lavorare nella sua cantina”.

Come spieghi questo “innamoramento”?
“Già dalla prima vendemmia vidi crollare tutti gli stereotipi che avevo conosciuto fin a quel momento rispetto al vino. Sono entrato in un’orbita nuova e mi è piaciuto molto. Elena, assieme a Giulio Armani, mi ha insegnato che produrre vino è prima di tutto un gesto di rispetto e amore per la terra, troppo spesso l’uomo vuole “intervenire” a tutti i costi nella nascita del vino, che in questo modo perde naturalezza e parte delle sue caratteristiche. Una filosofia che ho sentito molto affine a me”.

Andiamo avanti…
“Lavorando a La Stoppa ho conosciuto anche un altro vignaiolo della Valtrebbia, Andrea Cervini; abitavo praticamente in casa sua a Statto. Ed è stato lui ad aiutarmi poi a realizzare il mio sogno…

Che non è difficile da immaginare
“Volevo avere una mia vigna e provare a produrre vino in modo autonomo, Andrea mi ha aiutato a trovarla e a prenderla in affitto. E così sono partito, confesso che ha giocato un ruolo importantissimo anche un altro aspetto della questione”.

E cioè?
“Mi sono perdutamente innamorato della Valtrebbia. E’ un luogo magico, incredibile, non c’entrano solo i paesaggi, direi che è un discorso quasi sprituale, qui mi sento rasserenato, sto bene, in pace con me stesso. E quando mi capita di andarmente in giro per l’Italia, magari per visitare cantine e assaggiare vino, non vedo l’ora di tornare a casa. Perchè qui ormai è casa mia, in Giappone vado una volta l’anno per riabbracciare la mia famiglia ma il mio futuro è in Valtrebbia. Tra l’altro di questa terra mi è piaciuta moltissimo anche la cucina e in particolare un piatto: i pisarei e fasò”.

Cosa c’è nel tuo futuro?
“Ampliare e affinare la mia produzione, per ora limitata a due vini. Ho tante idee, tanti progetti, sempre seguendo questa filosofia di produzione che ho imparato da Elena”

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