Stadia chiude dopo soli 3 anni. Google ha sbagliato tutto?

Di Andrea Peroni 05 Ottobre 2022

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Era il 29 luglio 2022 quando il servizio assistenza di Google, attraverso il profilo Twitter ufficiale, smentiva categoricamente le indiscrezioni circa la possibile chiusura della piattaforma. Esattamente due mesi dopo, il 29 settembre, il colosso di Mountain View si auto-smentisce e vuota il sacco: Stadia è davvero arrivata alla conclusione del suo triste ciclo vitale. Un’agonia durata pochi anni, ma che meritava un destino mille volte migliore. Si poteva fare meglio? Naturalmente, sì.

Presentata nel 2019, Stadia era la visionaria piattaforma di Google per la riproduzione in streaming dei videogiochi, caratteristica che ormai da tempo si è stabilita con prepotenza nel nostro modo di fruire l’intrattenimento pensando anche a cinema e tv. Lo streaming, o cloud gaming per meglio dire, è una funzionalità sempre più importante di Xbox Game Pass Ultimate e dell’ecosistema di Microsoft in generale, ma anche Nintendo ha sfruttato questo nuovo modo di giocare con produzioni come Kingdom Hearts e Guardiani della Galassia, altrimenti inaccessibili sulla piccola Switch. Allo stesso modo anche Sony si sta affacciando sempre di più a questo mondo, che interessa anche grandi autori – Hideo Kojima sta infatti lavorando a un gioco con Xbox che si dice sia incentrato proprio sul cloud. Amazon, poi, ha lanciato quest’anno in America il suo servizio Luna, in tutto e per tutto un emulo di Stadia. Insomma, avrete già capito: il cloud gaming non è l’unico futuro dei videogiochi, ma certamente ne farà parte.

In tutto questo, ecco che Google arriva al capitolo finale di una storia, quella di Stadia, che in realtà non è mai partita. O, comunque, non è mai stata in grado di far vedere gli artigli, anche e soprattutto per colpa dell’azienda americana.

Che Google si stesse incartando con le sue stesse mani con Stadia, a dire il vero, lo si era capito fin da subito. La politica di gestione della piattaforma è apparsa confusionaria sin dall’annuncio arrivato all’inizio del 2019, nonostante un parterre niente male di interessati: Ubisoft e Square Enix furono ad esempio tra i principali publisher a supportare l’esordio di Stadia con Assassin’s Creed Odyssey e Marvel’s Avengers. La partenza, tuttavia, fu davvero poco confortante: il prezzo di 10 dollari al mese e la semplice richiesta di un Chromecast, oggetto di cui molte nostre case sono già fornite, sembravano inizialmente allettanti, ma l’offerta era in realtà scarna, povera nei contenuti e nella qualità della riproduzione, dettaglio questo molto negativo se pensiamo che parliamo appunto di Google – inoltre, l’abbonamento mensile consentiva soltanto la riproduzione dei contenuti, che andavano poi acquistati. Partendo da queste premesse, Stadia partiva già in posizione di svantaggio rispetto a Xbox Cloud Gaming, che a quell’epoca stava accelerando la sua corsa con Microsoft che non voleva rischiare di restare dietro a Google.

Il primo anno di Stadia fu, in definitiva, un disastro. La piattaforma non ingranava, i giocatori non erano interessati a spendere prezzi folli per videogiochi che in molti casi erano già vecchi, e Stadia faceva capolino sulle testate giornalistiche solo un paio di volte al mese al massimo, proprio per ricordare al mondo che esisteva. Una rivincita, o almeno così sembrava, arrivò nel dicembre 2020, quando il disastroso lancio di Cyberpunk 2077 su console portò un buon numero di utenti a spostarsi sulla piattaforma di Google per provare il gioco – essendo in cloud, si bypassavano numerosi problemi legati agli hardware. La risalita durò però molto poco, e nel giro di una manciata di mesi Stadia tornò nell’anonimato più totale, con Google che decise poi di abbandonare lo sviluppo di videogiochi esclusivi (il reparto era curato da Jade Raymond, la donna dietro al franchise di Assassin’s Creed, oggi passata a PlayStation) e dedicarsi interamente alla gestione della piattaforma. Strategia che, come ormai è noto, non ha funzionato, anzi.

Dal 18 gennaio 2023, Google Stadia cesserà di esistere. I server saranno chiusi, la piattaforma non sarà più accessibile, e tutti gli utenti saranno rimborsati degli acquisti effettuati attraverso il servizio – per il momento sembra sia previsto un rimborso totale, ma ne sapremo di più in futuro. Dopo tre anni di disgrazie e disonorevole servizio, Google non ha potuto far altro che alzare la bandiera bianca su un progetto che è nato male, si è deformato col tempo, e si trova ora sul letto di morte in stato terminale da tanto tempo. Una debacle su tutti i fronti, che purtroppo era ampiamente prevedibile.

Proprio pochi giorni fa, Sony ha festeggiato il 27esimo anniversario della sua prima PlayStation, console passata alla storia per aver creato un marchio ormai sinonimo stesso di videogioco. Ci riuscì grazie ad una strategia accurata, a un prezzo di lancio che fece ribaltare dalla sedia gli addetti ai lavori, e a una line-up spaventosa tra Metal Gear Solid, Crash Bandicoot, Silent Hill, Final Fantasy 7, Rayman e mille altri videogiochi. Stadia, paradossalmente, poteva essere la stessa cosa, poteva diventare la PlayStation delle nuove generazioni, in un mondo perennemente connesso. L’assurdo è che Google, che certo non è l’ultima arrivata, neppure ci ha provato a fare concorrenza al “tradizionale” modo di giocare. Una serie sconfinata di errori è stata la causa di questa prematura fine, con Google che, forse in un atto caritatevole, ha deciso di staccare la spina al paziente ed evitare ulteriori sofferenze.

“Tanti modi di giocare, nessuna console”, recitava il motto di Stadia. Tutto giusto, peccato che questi modi di giocare non siano stati assolutamente sfruttati. Stadia rimarrà negli annali come una meteora, una piattaforma forse troppo avanti come mentalità (e infrastrutture richieste, elemento che in Italia è ancora utopia in gran parte del territorio), e uno dei più grandi flop di Google, che certo di errori nella sua carriera ne ha fatti (ricordate l’imperdibile social network Google Plus, durato quanto un gatto in tangenziale?). Siamo certi, comunque, che si tratti di un errore che l’azienda rimpiangerà in futuro, quando si renderà conto di non aver mai creduto fino in fondo in questo progetto.

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