Valvezzeno da esportazione: le chitarre del liutaio Giovanetti nel mondo

25 Dicembre 2021

Le sue chitarre prendono forma e consistenza, colore e suono in mezzo ai boschi di Sariano di Gropparello, poi finiscono fra le mani di musicisti e concertisti di mezzo mondo. Valvezzeno da esportazione grazie all’eccellente laboratorio di liuteria di Ennio Giovanetti, classe 1976, stimato a livello internazionale nella costruzione di chitarre classiche e nel restauro di strumenti a corde. Un mestiere silenzioso, che ben si presta ad una scelta di vita lontana dalla nebbia e dallo smog, fatta però anche di fiere nazionali e internazionali, lunghi viaggi e incontri da pelle d’oca.

Qui nella piccola deliziosa frazione Rossetti affacciata su Gropparello, abitano in due. Giovanetti, come è arrivato qui? “Sono di Casalpusterlengo, ho fatto l’ITIS a Piacenza, mio padre mi voleva perito meccanico ma sono diventato liutaio alla scuola di Milano. Poi mi sono innamorato della Valchero e Valvezzeno”.

Giovanetti è anche musicista (Malebolgie, Erbasalvia, nomi nella storia del rock “underground” piacentino): “avere dei contorni serve molto. Non ero abbastanza dotato o motivato per puntare alla professione del musicista ma sfruttando la curiosità per la manualità e la lavorazione del legno ho trovato la mia strada per vivere nel mondo della musica”.

Il Covid cosa ha cambiato? “Lo scoppio della pandemia cancellò in pochi giorni una lista d’attesa di un anno e mezzo. Solo disdette. Poi di colpo la situazione si è ribaltata: i “dealer” che distribuiscono chitarre in America, Germania e Giappone attraverso il web hanno ricominciato a lavorare più di prima e io sono passato, da 1 o 2, a 4 o 5 chitarre all’anno. Ho moltiplicato gli strumenti in giro nel mondo ma i musicisti che li suonano non hanno quasi mai un volto, è una strana sensazione”.

Centocinquanta chitarre prodotte. Come tiene il conto? “Conservo gli scarti di legno del buco centrale, ci scrivo data e appunti del prodotto”. E innumerevoli restauri: “banchi di prova impagabili. Quando ho avuto per le mani una Gallinotti ho realizzato un sogno. Certo, rischiare di compromettere il timbro di uno strumento da 30, 40 o 50mila euro è un’enorme responsabilità”.

Prima del Covid si macinavano anche migliaia di chilometri tra fiere e mercati in Italia ed Europa. Un ricordo? “Le prime grandi esposizioni con il mio maestro Enrico Bottelli. E quella volta a Coblenza in Germania quando David Russell (chitarrista scozzese membro della Royal Academy di Londra e con un Grammy in salotto) scelse proprio la mia chitarra come pietra di paragone su una ventina di liutai da ogni dove. Brividi”. Progetti? “Un’opera di ricostruzione filologica, due chitarre che porterò al Roma Expo Guitars a maggio e poi spero nuovamente in tutta Europa, come prima. E’ ora di tornare on the road”.

IL SERVIZIO DI PIETRO CORVI:

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