Fuga da Kabul, la rinascita a Calendasco. “Aiutate anche nostra zia in Afghanistan”

13 Agosto 2022

Un’odissea da Kabul a Calendasco, passando per Roma, Modena e Catanzaro. Alla fine, però, i giovani afghani Sorosh e Musawer hanno conquistato un punto di (ri)partenza: “Un imprenditore con una ditta di tappeti a Casalpusterlengo ci ha offerto un posto di lavoro come operai, ed eccoci qua”. Non è stato facile, un anno fa – nella fuga disperata dal loro Paese – non ci avrebbero mai creduto. Ma bisogna riavvolgere il nastro.

In Afghanistan Sorosh studiava alla facoltà di medicina, mentre Musawer seguiva il percorso universitario in ingegneria aerospaziale. Due fratelli, 22 e 24 anni, con una grande paura: “Perdere tempo, rinunciare alle nostre aspirazioni”. Perché il cammino dei ragazzi, un anno fa, è stato interrotto dalla furia talebana. “Siamo scappati dalla dittatura insieme alla mamma e a un altro fratello di 18 anni”, spiegano adesso a Calendasco, nella provincia piacentina.

“Dopo il volo umanitario da Kabul a Roma e un breve periodo di quarantena a Modena – ricordano i ragazzi afghani – in autunno siamo arrivati nel Piacentino”, o meglio nel “Cas” (centro di accoglienza coordinato dalla prefettura) attivo nell’ostello di Calendasco. “Abbiamo vissuto qui per nove mesi, fino a marzo”. Sorosh, Musawer e i loro parenti hanno potuto contare su un paese dalle braccia aperte. I meccanismi burocratici, però, hanno costretto la famiglia afghana a lasciare Piacenza: terminato il periodo nel “Cas”, infatti, l’iter istituzionale prevede il passaggio nei cosiddetti “Sai”, progetti di accoglienza gestiti dagli enti comunali. Di cui, a livello locale, c’è una forte carenza. Così il nucleo afghano è stato spedito a Catanzaro, in Calabria, dove “non c’era alcuna possibilità di lavorare o imparare un mestiere”.

Sorosh e Musawer sono rimasti in contatto con il sindaco di Calendasco Filippo Zangrandi e, dopo due mesi al Sud, hanno preso una decisione cruciale per il loro futuro. Un epilogo di tenacia e speranza. “Ci sentivamo persi – raccontano – senza prospettive e lontani dal territorio che ci aveva accolto nel momento più difficile. Grazie all’amministrazione di Calendasco, tuttavia, abbiamo avuto l’opportunità di tornare nel Piacentino”. Stavolta al di fuori del sistema dell’accoglienza, ma come liberi cittadini impiegati in un’azienda vicina.

Da qui, un ultimo appello alle istituzioni: “In Afghanistan abbiamo una cugina e una zia che non possono più uscire di casa in quanto donne, chiediamo un sostegno umanitario per condurle in Italia insieme a noi”.

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