Crisi climatica, dal 2010 nel Piacentino nove “eventi estremi”

18 Novembre 2022

Nove eventi estremi dal 2010 al 2022 nel territorio piacentino. Lo riferisce il rapporto dell’Osservatorio CittàClima realizzato da Legambiente. Nei primi dieci mesi di quest’anno, in Italia i fenomeni sono aumentati del 27% rispetto al 2021 mentre dal 2010 sono stati registrati 1.503 eventi estremi, 780 i comuni colpiti e 279 le vittime. In Emilia Romagna nel 2022 gli eventi eccezionali sono stati 18, il numero più alto dal 2010.

IL COMUNICATO DI LEGAMBIENTE. La crisi climatica accelera sempre di più la sua corsa insieme agli eventi estremi, che stanno avendo impatti sempre maggiori sui Paesi di tutto il mondo, a partire dall’Italia. Nei primi dieci mesi del 2022, seppur con dati parziali, sono stati registrati nella Penisola 254 fenomeni meteorologici estremi, +27% di quelli dello scorso intero anno. Preoccupa anche il bilancio degli ultimi 13 anni: dal  1 Gennaio 2010 al 31 ottobre 2022 si sono verificati in Italia 1.503 eventi estremi con 780 comuni colpiti e 279 vittime. Tra le regioni più colpite: Sicilia (175 eventi estremi), Lombardia (166), Lazio (136), Puglia (112), Emilia-Romagna (111), Toscana (107) e Veneto (101).  

È quanto emerge in sintesi dalla fotografia scattata dal nuovo report “Il clima è già cambiato” dell’Osservatorio CittàClima 2022 realizzato da Legambiente, con il contributo del Gruppo Unipol, e sintetizzato nella mappa del rischio climatico. Entrando nello specifico, su 1.503 fenomeni estremi ben 529 sono stati casi di allagamenti da piogge intense come evento principale, che diventano 768 se si considerano gli effetti collaterali, quali grandinate ed esondazioni; 531 i casi di stop alle infrastrutture con 89 giorni di blocco di metropolitane e treni urbani, 387 eventi con danni causati da trombe d’aria. 

Una fotografia nel complesso preoccupante quella scattata da Legambiente e presentata oggi, nel giorno finale della COP27 in corso in Egitto, per lanciare un doppio appello: se da una parte al livello internazionale è fondamentale che si arrivi ad un accordo ambizioso e giusto in grado di mantenere vivo l’obiettivo di 1.5°C ed aiutare i Paesi più poveri e vulnerabili a fronteggiare l’emergenza climatica, dall’altra parte è fondamentale che l’Italia faccia la sua parte. Al Governo Meloni e al Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin l’associazione chiede, in primis, che venga aggiornato e approvato entro la fine dell’anno il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC), rimasto in bozza dal 2018, quando era presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e ministro Gian Luca Galletti. 

“Nella lotta alla crisi climatica – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – da troppi anni l’Italia sta dimostrando di essere in ritardo. Continua a rincorrere le emergenze senza una strategia chiara di prevenzione, che permetterebbe di risparmiare il 75% delle risorse economiche spese per i danni provocati da eventi estremi, alluvioni, piogge e frane, e non approva il Piano nazionale di adattamento al clima, dal 2018 fermo in un cassetto del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. È fondamentale approvare entro fine anno il Piano”.

 

FOCUS EMILIA-ROMAGNA 

In un situazione storica che vede l’Italia hotspot del cambiamento climatico, ovvero dove gli effetti di tale cambiamento si verificano in anticipo rispetto ad altre zone, l’Emilia-Romagna è – per la propria conformazione morfologica e geologica – la regione a più alta superficie esposta a rischio idraulico rilevante: relativamente allo scenario di pericolosità medio (relativo ad eventi metereologici estremi con tempo di ritorno tra i 100 e 200 anni), la superficie interessata è pari al 45% rispetto ad una media nazionale dell’8% (dati dell’ultimo rapporto ISPRA 2018 sullo stato del rischio idrogeologico della penisola).  

La crisi climatica, dunque, si fa sentire con particolare forza in Emilia-Romagna, dove ci si avvia alla chiusura dell’anno con l’ottobre più secco e caldo dal 1961. Grande protagonista di questo annus horribilis è stata infatti la siccità estrema, che ha visto la portata del fiume Po ai minimi storici. La siccità ha influenzato anche il contesto cittadino: prendendo ad esempio i dati relativi alla città di Bologna, si nota un’anomalia negativa nelle precipitazioni nel 2020 pari a -211,9mm rispetto alla media 1971-2000. La siccità ha costretto quest’anno le Amministrazioni del bacino padano ad adottare ordinanze per limitare il consumo idrico, un evento storico per la nostra regione. 

 Il tema siccità non deve però distrarre rispetto agli eventi metereologici estremi di altra natura, che hanno interessato il territorio regionale: dopo una leggera tregua nel 2021, il totale complessivo degli episodi continuano ad aumentare di anno in anno. Quando ancora mancano 40 giorni alla fine del 2022, si contano già 18 eventi estremi in Emilia-Romagna, il numero più alto finora. 

Questa annata di grave instabilità ha sicuramente peggiorato lo stato idrogeologico del territorio regionale: l’alternarsi di lunghi periodi di siccità e precipitazioni sempre più rade ma più intense, insieme all’avanzamento del consumo di suolo impermeabilizzato, ha creato le condizioni favorevoli per il verificarsi di alluvioni che possono mettere a rischio l’incolumità delle persone.  

Un chiaro esempio della vulnerabilità delle nostre città di fronte ai fenomeni metereologici estremi si è potuto osservare nel corso dell’estate: nelle giornate del 17-19 agosto un’importante precipitazione ha interessato il territorio tra Modena, Parma e Ferrara, con copiose grandinate che hanno provocato forti danni e allagamenti nei centri urbani. Tra le città colpite dall’evento estremo, Ferrara ha potuto misurare un quantitativo di pioggia che ha superato in due giorni la metà delle precipitazioni cadute complessivamente nell’anno precedente, con un picco di 54,6mm di pioggia in un’ora nella giornata del 19 agosto.  

Un altro aspetto da non sottovalutare è la fragilità della costa, che continua ad essere colpita dal fenomeno dell’erosione. Gli ultimi dati ISPRA, aggiornati a Maggio 2022, confermano una tendenza drammatica di consumo di suolo costiero, con 5 km di costa naturale persa all’anno negli ultimi vent’anni per un totale di 100km.  

Anche nell’area costiera l’intensificazione degli eventi estremi unita all’impermeabilizzazione dei suoli crea danni economici e mette a rischio la popolazione. Solo nel 2022 si sono verificate due intense mareggiate, ad aprile e a settembre, che hanno causato gravi danni sia agli edifici pubblici che alle strutture ricettive della costa. I maggiori danni si sono verificati in entrambi i casi nel litorale di Cesenatico (FC), dove l’ingressione marina è arrivata addirittura a interessare i centri urbani retrostanti la costa, oltre a danneggiare gli stabilimenti balneari. 

Buone pratiche 

Un primo significativo passo nella direzione della resilienza climatica della costa è stato messo in atto dal processo partecipativo “Che Costa Sarà?” promosso dalla Regione Emilia-Romagna. Il progetto, che ha visto la partecipazione di diverse università, amministrazioni locali ed enti del terzo settore, tra cui Legambiente,  mira a una progettazione partecipata della Strategia di Gestione Integrata per la Difesa e l’Adattamento della Costa della Regione Emilia-Romagna (GIDAC). 

La resilienza ai cambiamenti climatici passa anche dai progetti che favoriscono l’adattamento delle aree urbane alle mutate condizioni ambientali. Nella nostra regione, ad esempio, il progetto SOS4Life ha promosso l’attività di tre Amministrazioni comunali a sostegno del processo di desigillazione (in inglese desealing) di aree precedentemente cementificate. Il progetto, di cui anche Legambiente Emilia-Romagna è stata partner, si è concluso formalmente nel 2019 ma sta ancora proseguendo con la realizzazione delle attività progettate: il 25 marzo scorso è stata infatti inaugurata a Forlì una nuova area verde antistante i Musei di S. Domenico. Grazie alle procedure messe in atto dal progetto, è stato dato respiro ad un’area di circa 7000mq2, ripristinando i servizi ecosistemici del suolo precedentemente cementificato.  

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