Pomice: Annibale e il mare a Rottofreno

Vai alla pagina principale di Pansa&Tasca

La leggenda vuole che Rottofreno si chiami così perché da queste parti Annibale, durante la battaglia della Trebbia, sarebbe stato costretto a fermarsi a seguito della rottura del morso (“freno” appunto) del suo cavallo. Il condottiero veniva da Cartagine che in linea d’aria dista poco più di un migliaio di chilometri dalla terra piacentina, un po’ meno dista Lipari, nelle Eolie, isola dalla quale è approdata chissà come sulle rive del Trebbia la famiglia che dal dicembre 2014 gestisce l’Osteria La Pomice. Faccio una piccola ma doverosa premessa: in questo ristorante capitai nei primi mesi di attività, probabilmente in una serata “storta”, per farla breve in quella cena le cose non andarono proprio bene e decisi di non recensirlo. Si può dire che ci sono tornato “a furor di popolo” dopo che parecchi amici gourmand e lettori di questa rubrica mi avevano esortato a farlo. E meno male. Siamo in uno spicchio eoliano sulla via Emilia dove la cucina è semplice e fantasiosa, l’atmosfera elegantemente informale, il servizio qualificato e puntuale, la mise en place impeccabile. Un ristorante che ha la propria carta vincente in una solida famiglia: mamma e papà in cucina, i tre figli in sala, ognuno con un compito preciso. Ma andiamo per ordine, una delle prime “prove” a cui sottopongo i ristoranti ittici riguardano l’olio e il pane, biglietti da visita fondamentali dell’accoglienza. In tavola ho trovato un extravergine biologico siciliano, Frantoi Cutrera, fruttato e opportunamente delicato. Nel cestino due diversi tipi di buon pane ai semi di sesamo, uno bianco e uno integrale. Tra gli antipasti ho testato “Il diavolo e la capasanta” (22€) con quattro di questi frutti di mare adagiati su altrettante cialde di ‘nduja e un appropriato dressing di mango. Ho anche assaggiato i delicati “gamberoni alla Malvasia delle Lipari con polvere di capperi e patate croccanti” (18€). Disponibili anche il “crudo di mare” (35€), la tartare di tonno (18€), la “parmigiana di melanzane” (10€) e le “acciughe a beccafico” (14€). Una delle più virtuose connotazioni del locale e il fatto di avere un menu di non troppe portate, ma ben assortite. Sui primi ho opzionato gli “spaghettoni con vongole, pesto di pistacchi e pinoli” (15€), assaggiando anche le “chicche al pesto di mandorle e limone con gamberi” (13€), due piatti di mediterranea freschezza, molto bilanciati e stuzzicanti. Mi incuriosivano anche gli “spaghettoni con crudaiola di gamberi al profumo di limone” (13€), gli “spaghetti alle vongole al pesto di pistacchi e pinoli” (15€) e “Madama Dorè, carbonara di mare con bottarga di muggine e tonno affumicato” (14€) ma soprattutto un piatto che i nostri vicini di tavolo hanno ordinato e magnificato, il “couscous di mare” (16€), cavallo di battaglia del ristorante. E siamo ai secondi piatti. Promossi i “saltimbocca di pesce spada ripieni di gamberoni” (20€) che sarebbero risultati perfetti con una più accentuata croccantezza della panatura di pistacchi. In carta anche il “filetto di branzino in crosta di mandorle” (16€), gli “spiedi di gamberoni gratinati sulla pietra lavica” (18€), gli “involtini di pesce spada all’eoliana” (18€), il “polpo alla griglia con zucchine, menta, aceto balsamico, crema di aceto e zafferano, lime-the verde” (20€) e un piatto autoproclamatosi “Da volar via” (20€) con calamari in doppia cottura, citronette alla senape con crumble di mandorle al timo limonato e flan di zucca”. Tenete comunque un angolino di appetito per i dolci perché, per quanto mi riguarda, sono stati la vera sorpresa del pranzo. A partire dall’esteticamente spettacolare “Alba Marina” (10€) semifreddo al gelsomino con ganache al limone, praline alle mandorle su marmellata di vodka lemon dell’Etna; e dal commovente “Mandorla incantata” (8€) semifreddo di mandorle su coulis di lamponi e crumble di mandorle. Senza la peraltro opportuna “vigilanza” di mia moglie giuro che avrei testato anche Iddu (10€) che oltre ad essere il nome con cui gli eoliani chiamano il vulcano di Stromboli è un cannolo di lingua di gatto con mousse di cioccolato di Modica fondente, mousse di caramello, coulis di lamponi e fumata di zucchero filato (a ricostruire nel piatto l’eruzione). Non mancano i canonici “sorbetto” (5€), “cannolo” (5€) e “cassata” (6€). La carta dei vini si fonda su un saggio principio: i piatti della tradizione regionale vanno sposati ai “loro” vini perché sapori e profumi trovano in quel modo la più naturale delle sublimazioni. Quindi ampio spazio ai bianchi e alle bollicine della Trinacria con particolare attenzione alle bottiglie eoliane. Per quanto ci riguarda abbiamo pienamente soddisfatto la nostra curiosità con la Malvasia secca barricata delle Cantine Virgona (25€) dall’elegante e complessa sapidità minerale. Tra l’altro il ristorante offre per il pre ed il post dinner un poker di cocktail eoliani (10€) e una decina di liquori artigianali (5€) che vanno dal pistacchino al mandorlino, dal finocchiello alla grappa di carciofo. Complimenti agli chef senior Demetrio De Salvatore e Carmela La Greca ed ai loro figli Antonio, Andrea e Giuseppe. Quasi dimenticavo il conto: nel nostro caso, con due antipasti, due primi, un secondo, due dessert e una bottiglia di vino: 150€… ok (anche) il prezzo è giusto.

[email protected]

© Copyright 2022 Editoriale Libertà