“Maila Conti non era vittima di soprusi, non fu legittima difesa”

12 Maggio 2021

Sono state depositate nei giorni scorsi le motivazioni della sentenza di condanna con la quale la Corte d’Assiste di Ravenna ha inflitto, in primo grado, 21 anni di reclusione a Maila Conti, la donna di 53 anni che, nella notte tra il 12 e il 13 agosto 2019, uccise con una coltellata il compagno Leonardo Politi.

Motivazioni che evidenziano in maniera molto dettagliata i contorni di una vicenda che scosse la Valtrebbia, Travo in particolare dove i due risiedevano. L’omicidio avvenne a Lido Adriano, sulla riviera romagnola, dove i due gestivano, nel periodo estivo, una piadineria. La 53enne brandì un coltello da cucina e colpì Politi con un solo ma fatale fendente.

“Giova sgomberare il campo da suggestioni che vorrebbero spostare il focus dall’omicidio alla condizione di donna maltrattata” si legge sul documento redatto dal giudice Cecilia Calandra. Uno spaccato, quello che emerge dalle quasi quaranta pagine, che porta a galla anni di liti, di abuso di sostanze alcoliche e di violenze reciproche, ma soprattutto di una figura, quella dell’imputata, lontana da quanto sostenuto dalla difesa: “Non era affatto vittima malata ed inerme, incapace di opporsi o reagire come voleva dipingersi nel corso del suo esame”. Per il tribunale non sussistevano i presupposti della legittima difesa quando la Conti colpì l’uomo a morte all’interno del chiosco.

Vittime delle condotte della Conti anche le due figlie e l’ex moglie di Politi, bersagliate da telefonate e da ingiurie a causa della gelosia ossessiva da parte dell’imputata, non solo nei confronti dell’ex moglie dell’uomo, ma “anche di ipotetiche o reali nuove relazioni che gli attribuiva”.

Le tre donne, parte civile nel processo e difese dagli avvocati Luigi Salice e Romina Cattivelli, si sono viste accordare un risarcimento complessivo pari a 700mila euro.

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