Cinque cose da sapere sulla Cop26, la prossima conferenza per il clima

18 Ottobre 2021

In breve:

  • Il 31 ottobre avrà inizio la Cop26, conferenza sul clima che vedrà coinvolti oltre 190 Paesi del mondo
  • I rappresentanti di ciascuna nazione dovranno accordarsi su impegni comuni per contrastare il riscaldamento globale
  • La riuscita del tavolo negoziale non è scontata

Il 31 ottobre a Glasgow avrà inizio Cop26, la conferenza sul clima che vedrà impegnati oltre 190 Paesi. Un momento cruciale per la lotta al cambiamento climatico sul pianeta Terra. Per prepararsi all’evento (se ne parlerà parecchio su giornali, social e tv) ecco cinque domande per capire di cosa si tratta.

1) Per cosa sta la sigla COP?

Cop sta per “Conferenza delle parti”. È un incontro annuale in cui i vertici di (quasi) tutti i Paesi del mondo si ritrovano per discutere come e con quali modalità combattere il cambiamento climatico. L’evento è organizzato da un Paese diverso per ciascuna edizione (quest’anno il Regno unito, l’anno prossimo l’Egitto), purché sia uno dei firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici introdotta nel 1992. Insomma, è il ritrovo dei rappresentanti dei governi di quasi tutto il mondo, perché si parla di un numero superiore a 190, che dovranno accordarsi su obiettivi specifici e impegnarsi per limitare l’aumento della temperatura sul pianeta e accelerare la transizione verso un mondo ad emissioni zero.

2) Quindi COP26 non sta per COP con 26 Paesi?

No, non funziona come il G8 o il G20, cui numero accanto alla lettera rappresenta effettivamente il numero di governi partecipanti. Cop26 sta per “ventiseiesima edizione della Cop”. La prima si tenne nel 1995 a Berlino, e fu più che altro un rafforzamento della Convenzione quadro firmata dai Paesi (si temeva che gli impegni sarebbero stati presi alla leggera). Nella Cop3 di Kyoto nel 1997 invece si cominciò ad andare più sul concreto, con la firma dell’omonimo protocollo che imponeva un taglio rilevante dell’emissione di gas serra (specialmente per gli Stati uniti d’America).

3) Ma un ripasso su questa fantomatica Convenzione quadro è possibile?

Allora, la Convenzione quadro dell’Onu risale al 1992 e fu il prodotto del “Summit della Terra”, tenutosi a Rio de Janeiro. Questo storico meeting venne indetto a seguito della pubblicazione da parte del gruppo sul cambiamento climatico dell’Onu (Ipcc) di un primo scioccante rapporto dove veniva scritto nero su bianco come vi fosse un serio rischio di riscaldamento globale legato alle emissioni di gas serra da parte dell’uomo. In questa Convenzione quadro i Paesi dell’Onu si impegnarono a proteggere il sistema climatico e lottare contro i cambiamenti climatici. Tuttavia, non essendovi ancora una certezza universale riguardo il nesso tra le emissioni di gas serra e il riscaldamento globale, l’accordo non divenne vincolante. Rimase un semplice impegno a contenere la concentrazione di gas serra nell’atmosfera che, di fatto, non venne mai preso realmente sul serio dai Paesi. Le varie Cop sono servite a firmare invece accordi maggiormente vincolanti a riguardo.

4) Quindi a Glasgow i Paesi si siederanno attorno ad un tavolo?

Esattamente. Tutti con lo stesso peso nella decisione finale (sulla carta, poi chiaramente le principali potenze riescono perlomeno a orientare il dibattito in una direzione che si confà alle proprie necessità). Non vi è infatti una votazione pesata in base alla dimensione dei singoli Paesi, come la popolazione o l’entità del prodotto interno lordo. Le decisioni finali vengono prese per “consenso”, il che significa che le trattative proseguono ad oltranza finché non si raggiunge appunto un consenso generalizzato tra tutti i Paesi presenti. Calcolando che sono oltre 190, ciò non è per nulla scontato. Non vi sarà infatti una votazione ufficiale, quanto più che altro la ricerca di un testo finale che non scateni l’obiezione di nessun Paese presente.

5) Cosa potrebbe uscire dalla conferenza di quest’anno?

Tutto. Ma anche niente. La verità è che nessuno al momento sa se le trattative potranno portare ad un accordo di ferro su ambiziosi obiettivi oppure ad un mero “arrivederci” al meeting egiziano del 2022. Una recente notizia sembra far propendere la bilancia sulla seconda possibilità, quella dell’arrivederci: il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato che non si presenterà alla conferenza sul clima. La Cina, va ricordato, è la seconda economia mondiale, in netta crescita sia come prodotto interno lordo che come emissioni, ancora fortemente dipendente dal carbone nella produzione dell’energia elettrica (per circa il 50%). Senza la massima rappresentanza di Pechino pare difficile che i Paesi possano compiere scelte epocali. La verità, in ogni caso, è la stessa già espressa poco fa: nessuno al momento sa come potrà andare a finire.

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