Il mio nome è Marla Grayson, Marie Colvin, Amy Dunne

“La correttezza è stata inventata dai ricchi per mantenerci poveri”: il breve monologo iniziale della protagonista chiarisce subito chi comanda in “I care a lot”, nuova produzione Amazon disponibile su Prime.

È fin troppo facile immaginare Marla Grayson come Amy Dunne di “Gone Girl” (disponibile su Netflix), 5 anni dopo: “Amazing Amy” (non ricordo se il nomignolo del film in italiano sia stato tradotto, ma sarebbe stato un corto circuito perfetto se l’avessero chiamata Magica Amy) ha lasciato quel bietolone di marito e ha messo nel lavoro tutta la sua grazia manipolatoria trasformandosi in una tutrice legale che inganna i tribunali facendosi affidare anziani facoltosi e trascinandoli via dalle loro case dopo averli dichiarati incapaci di intendere e di volere.

Amy era (psicopatica ma anche) fredda, precisa, determinata, vincente. Persino il bietolone lo sapeva, che aveva ragione lei. Che lo aveva costruito lei. Che tutto quello che lui era, era definito da lei, come gli rinfaccia in una battuta definitiva e geniale (The only time you liked yourself was when you were there trying to be someone this cunt might like – L’unico momento in cui ti sei piaciuto è stato quando cercavi di essere qualcuno che potesse piacere a questa stronza).

E questa commedia nera scritta per una Rosamund Pike che ha fatto in tempo a interpretare Marie Colvin in “A private war” (altro personaggio difficile da dimenticare) non fa altro che valorizzare metacinematograficamente quel suo personaggio, lasciandola letteralmente splendere in questo film: Marla ha il look perfetto, il tono perfetto (e qualche battuta purtroppo didascalica), un team di comprimari altrettanto perfetti, dal mafioso russo di Peter Dinklage alla signora indifesa di Dianne West all’avvocato della mafia Chris Messina.
Ha tutti gli ingredienti giusti per funzionare come un orologio questo film: la giustizia che permette di travolgere le vite degli indifesi, l’ambientazione nel sociale dell’era Trump (non sarà un caso se si chiama I Care come l’ObamaCare), il sogno americano del successo a ogni costo, l’avidità amorale dei protagonisti che ti rende impossibile parteggiare per qualcuno, tantomeno identificarti, il mix di generi tra commedia, dramma sociale, gangster movie, revenge movie, la giusta rappresentazione di tutti quanti, neri, donne, LGBTQ+, “storpi, bastardi e cose rotte” direbbe Tyrion Lannister.

E invece il meccanismo non funziona così bene: a fronte di alcuni passaggi molto belli (l’approccio nei confronti di Mrs. Peterson, la scena del dente nella bottiglia di latte) c’è quell’attacco maldestro e soprattutto irrisolto alla struttura sanitaria, una parte di racconto che cade totalmente nel vuoto (e che tralaltro contrasta con quello che si dice in precedenza: se una mente criminale è capace di costruire un piano così sofisticato da ricostruire completamente una falsa vita, come mai manda allo sbaraglio tre killer di giorno a compiere un rapimento?). C’è un’eco dei fratelli Coen senza quella capacità di gestire il mix tra commedia e noir, c’è un didascalico urlare al girl power, c’è una sceneggiatura che a volte non riesce ad essere all’altezza dei suoi attori e della sua messa in scena, come se il regista-sceneggiatore-produttore J Blakeson non fosse riuscito a decidere se essere pecora o leone.
E mi sembra di sentire il bietolone da lontano: “A questo punto non posso immaginare la mia storia senza Amy. Lei sarà per sempre la mia antagonista”.

 

© Copyright 2024 Editoriale Libertà