“Quasi due mesi su un letto d’ospedale, l’intubazione mi ha salvato dal Covid”

12 Marzo 2021 10:01

“Una malattia subdola, ma non invincibile”. Così il piacentino Fausto Zambianchi, 73 anni, definisce il Covid. Il pensionato, residente a Sarmato, si è infatti ripreso dopo cinquanta giorni su un letto d’ospedale, perché – lo sottolinea – “dalla rianimazione si può uscire con le proprie gambe”. L’uomo, ex addetto della centrale termoelettrica di Castel San Giovanni, giura di non essere mai stato pervaso dalla paura, nemmeno quando i medici gli hanno detto che di lì a poco lo avrebbero sedato, girato a pancia in giù e intubato. “In quel momento avevo piena fiducia nel personale sanitario, il tubo nella trachea era un’alternativa migliore rispetto al vortice assordante del casco a ossigeno. Dormivo, non sentivo nulla, in fondo era meglio così. La tranquillità ha fatto la differenza”.

Quella di Zambianchi è una storia clinica purtroppo comune a tante altre, un’improvvisa battaglia contro il Covid più che mai attuale anche oggi, un anno dopo lo scoppio della pandemia. “La mia esperienza è cominciata a gennaio, quando sono risultato positivo al Coronavirus. All’inizio ricevevo a casa le visite delle Usca – ricorda il piacentino – mi rassicuravano che avrei potuto superare il virus senza ricorrere al ricovero. Ma dopo cinque giorni, purtroppo, la situazione è peggiorata. Sono entrato nell’ospedale cittadino a bordo di un’ambulanza. Respiravo con la mascherina o il casco, a seconda delle giornate. Tutti gli operatori sanitari sono fantastici, la loro vicinanza umana fa la differenza. Ma il Covid continuava a picchiare duro, e l’intubazione era inevitabile. Appena me l’hanno detto – continua il pensionato – ho chiamato mia moglie e le mie figlie per salutarle. Non ero spaventato, sapevo che quel tubo nella trachea era un tassello importante per guarire. E così è stato, mi sono ripreso grazie ai dieci giorni di ventilazione artificiale”.

E finalmente pochi giorni fa – all’inizio di marzo – Zambianchi è tornato a casa. L’incubo è finito quasi due mesi dopo. “Questo periodo infernale – dice il 73enne – mi ha insegnato quanto siano essenziali la vicinanza delle persone, il contatto umano e l’empatia di chi indossa un camice bianco”.

IL SERVIZIO DI THOMAS TRENCHI

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